Storie di resistenza

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“Nel decennale della resistenza”
di Giorgio La Pira

Un discorso? I discorsi sono aboliti. Tempo deprecabile quello dei discorsi. Ricordate? Arriva una cartolina che diceva: lei è precettato in piazza, all’ora tale, del giorno tale: ad ascoltare un tizio qualunque, ad ogni piè sospinto. E la gente diceva: sempre discorsi. Ma il periodo dei discorsi è finito. La resistenza è un’altra cosa. Non si tratta di discorsi. La Resistenza è il documento dei tempi nostri che riverbera la sua luce spettacolare sul mondo. La massima parte di quanti sono qui non era nata in quei tempi. Ma pensate tuttavia cosa significa poter pensare, poter scegliere, avere coscienza umana, il poter dire che la propria coscienza, si è formata in un pensiero, in un’idea, sempre valida, se germogliata nella sincerità della nostra anima. Può darsi che sia un’idea, un pensiero sbagliato: ma questa è un’altra cosa. Se nel nostro cuore, con sincerità di anima, è germogliata un’idea perché questa idea deve essere un crimine? Eppure, allora, era un crimine. Questo era il dramma. Io mi esamino, sento sinceramente, nel fondo della mia anima questa idea che è germogliata attraverso la fatica, il dramma del pensiero e della fede. È germogliata come un fiore, essa costituisce la caratteristica della mia personalità: perché deve essere un crimine? Proprio questo fu il dramma. Fu abolito il pensiero, fu abolita la scelta.
Arrivava una circolare di Bottai e diceva: d’ora innanzi gli italiani sono razzisti. Da quel momento cominciavano le persecuzioni razziali. Potevano nascere in ogni epoca, in ogni momento teorie razziali, anche sbagliate: altra cosa era imporle. Invece, le imponevano. Un professore era obbligato a professare pubblicamente, dinnanzi i suoi allievi una teoria come fosse cosa assoluta. Se non la professava apertamente facendone partecipe i suoi studenti, lo chiamava il questore che gli rimproverava di avere il giorno prima contraddetto la teoria razziale.
“Lei ha avuto il coraggio di parlare bene degli ebrei! Lei è un criminale! Merita di essere condannato alla prigione”.
“Lei signore – continuava il questore – ha avuto il coraggio di andare l’altra sera in casa di un notorio ebreo… anatema!”
Queste cose sono realmente avvenute. Questo era il dramma. Che importava se il notorio ebreo era un galantuomo, una persona per bene, un padre di famiglia, che avesse un bambino o la moglie ammalata, che tizio lo visitasse perché medico o perché vecchio amico.
“Si vergogni! Lei è contro il fascismo, contro il duce: sarà condannato, messo al confino”. E si riuniva una commissione di cinque, sei comandanti, di cinque o sei gerarchi tutti vestiti in orbace, con nappe e aquile (se non fosse stato da piangere, ci sarebbe stato veramente da ridere!), entrava il colpevole, nessuno lo guardava, nessuno lo salutava: era al centro del generale disprezzo.
“Voi siete amico degli ebrei”, dicevano. Perché anche il “lei” era antifascista ed era abolito dall’uso comune, come il togliersi il cappello, lo stringersi la mano.
Mi ricordo che un giorno, in piazza, uno studente mi salutò ed io per rispondergli mi levai il cappello: si può dire che tenevo il cappello proprio per rispondere al saluto. Non lo avessi mai fatto. Mi si avvicinarono due poliziotti e mi redarguirono: “voi avete avuto il coraggio di salutare togliendovi il cappello!”.
Oggi ricordare quel periodo fa ridere: ma non faceva ridere quella commissione di cui vi dicevo prima e che stava riunita quattro, sei ore in camera di consiglio per giudicare quel tizio che aveva fatto visita ad un ebreo. Allora in Italia, almeno apertamente non ci erano comunisti; ma se un disgraziato avesse fatto visita a un comunista la fucilazione nella schiena o trent’anni di lavori forzati non glie li levava nessuno. Questo è il dramma che abbiamo vissuto attraverso la Resistenza che era rivolta contro gli oppressori della coscienza. Non avevamo nulla, ma trovammo nel nostro cuore la forza di ribellarci: avevamo una coscienza che è un valore inalienabile. Questo sentimento, specie negli ultimi anni, si è maturato, accresciuto, ingrandito: la coscienza umana si è ribellata all’idea di essere considerati traditori della patria solo perché si amavano gli ebrei.
Oh, il pensiero di tutte quelle creature bruciate vive: di quei bambini di quattro, cinque, dieci anni – ragazzi che avevano la vostra età di allora – immessi nelle stanze a gas alle quali erano giunti accatastati in carri bestiame, tenuti senza cibo, e portati a morire! È un crimine nefando che grida l’orrore dinanzi a Dio per tutta l’eternità. Le lacrime di quelle creature innocenti sono le stesse di Dio.
La Resistenza fu sostanzialmente la rivolta legittima i delitti contro la coscienza umana che nessuno ha il diritto di opprimere. Si ribellarono tutti quelli che poterono e la resistenza resta per tutti i secoli, a documento nel mondo l’affermazione dei valori umani che sono infrangibili. Perché ognuno di voi è un valore infinito. Si può al massimo discutere, dare un “nocchino” come fa il babbo al ragazzo ribelle: un “nocchino” ravviva la situazione, ma non si può andare al di là questo. Invece “loro” ti chiamavano e non potevi discutere.
Eppure non si può condannare chi la pensa in modo diverso, anche se la dottrina che l’altro professa la considerate sbagliata, perché l’idea non è titolo di reato, ma è, invece, documento della tua e della mia personalità, della tua e della mia forza. Ogni avversario ha una sua forza ed è intoccabile comunque, dal punto di vista della persona umana.
Per ristabilire questi valori nacque la Resistenza, per la quale tante creature sono morte.
Si stabilì nella Resistenza la fraterna solidarietà fra tutti: non è retorica, ma è cosa vera. La coscienza umana non può essere coartata perché si ribella, e quando la coscienza coartata si ribella, si manifesta nei rivoltosi la fraternità. La coscienza è sacra e non può l’uomo, chiunque esso sia, mettere la mano sulla coscienza altrui. Non c’è nessuno che possa dirti: pensa così. Perché tu, io, voi, pensiamo come vogliamo. È una cosa, questa, che bisogna ricordare sempre.
La Resistenza è stata la cosa più grande della storia d’Italia.
Per essa tante creature sono morte: creature, miti, anime elette come Anna Maria Enriquez e Tina Lorenzoni e tante altre il cui sacrificio è documento di una giovinezza che ha creduto nei valori infiniti, intoccabili dell’uomo. La nostra speranza è che i giovani d’oggi, la generazione di domani, la futura classe dirigente, comprendano sempre più che di questo ideale sono i portatori e che per esso devono essere capaci di morire. La riunione di oggi è documento di solidarietà, che il tempo non infrange la forza della resistenza, che è stata cementata dagli ideali della giovinezza.
La Resistenza fu la rivolta legittima contro la coscienza umana coartata e il suo valore rimane immutabile, nel tempo.

E andiamo avanti. Ai giorni nostri.

diaricomplotto

Forse non sarà tutto vero, ma al Joycesecondo, che già il nome un certo effetto lo mette, il 23 luglio qualcosa tra Antonio Troiano e Armando Massarenti deve essere accaduto.
Un gesto che non può volare via inosservato.
Le tartine e il boulogne se la passavano niente male, sui vassoi, e le parole annaffiate crescevano, tra lettere gobetti, faletti e altri con la gosh tipo amosh. Genti discutevano a mani giunte di classifiche e scrittori che non c’erano più. Genti importanti. E mica era roba da scherzare visto che si trattava delle firme degli scampoli delle terze pagine dei quotidiani più letti.
Genti importanti.
Ora la cosa ad un tratto prese una piega preagostana, non intesa come ferie, ma come calura e accaldatura. E le voci con tutti i toni possibili, tra incazzati, meravigliati, accigliati, e alla via così, si fecero vive, ansimanti.
E non era colpa di un vinello bianco frescolino.
Si trattava di libri e siccome ognuno ha le proprie idee, pareva proprio l’assemblea del ’69 alla facoltà di lettere a Milano. Ricordate il “va bene: favorevoli, contrari, astenuti, la mozione sulla lettera per la morte di Ho Chi Minh eccetera eccetera”.
Il fatto è che alla fine quando tutto sembrava andare in grassa, Troiano, al sentir suonare l’orchestrina, si è messo a ballicchiare, come un tempo nelle balere di Soldati, correndo ad invitare Massarenti al movimento. Anzi gli ha proprio chiesto: “Prego mi concede questo ballo?”. (Per alcuni, a dir la verità, sarebbe stato Massarenti ad invitare Troiano al salto, ma il risultato cambia di poco).
In quel preciso istante le pendole con i din don dentro delle librerie, hanno perso un secondo.
In quel secondo è nata l’idea.
“Sì facciamolo”.
Così è nata La lettura inserto domenicale del Corriere della Sera che si è infilato a far concorrenza proprio alla Domenica del Sole 24 ore. Che conosciamo già.

Ora La Lettura del Corriere ha gli orizzonti che parlano di facebook, twitter, qzone, Linkedin, orkut e gli altri nonluoghi, dove con un click senti di esserci anche te su questo mondo, con tutti i tuoi casini, ma ci sei anche te con le tue foto e i pensieri della mattina e un sacco di amichetti che poi son sempre a mandarti robe che non vedrai mai. Ha i fumetti di Igort – che sembrano una storia di fibromi e anatre, ma in realtà ci raccontano della bulimia della giovane moglie del dottor Fisher – La Lettura del Corriere poi va contro la gerontocrazia (ma Troiano quanti anni ha?). Ha un sacco di cose, La Lettura del Corriere.
Ma c’è un pezzo su tutti che vale la pena leggere. E’ quello di Cristina Taglietti che ho conosciuto sei o sette anni fa a Madrid in occasione della mostra di Tarish Al Mohanned (quella con le foglie di fico di rame), dove lei – la Taglietti intendo – scrive papale papale riferendosi ai libri in pluriedizioni “a volte sono riempitivi che fanno parte di una elefantiasi da macero. E’ il segno della crisi, di un mercato chiuso che non fa investimenti”.
Et voilà
. Di cosa parla La Lettura del Corriere della Sera: di libri? Di case editrici? Bene.
Impacchettate entrambe con il foglio di via.
Il 23 luglio  al Joycesecondo però altro è accaduto tra balli e frescolino gobetti. Passava, diretto in Trentino per arrampicare, da quelle parti (invitato da Laura della redazione di Pressoché tutto qui!) Erri de Luca, che nella disputa alla fine ha scelto La Lettura.
“Il salmonato della Domenica alla sera sul comodino, mica lo vedo, io, che non sembra, ma porto gli occhiali anche di notte. La miopia fa brutti scherzi” e alla via così si giustificava, l’Erri de Luca che su La Lettura numero 1 del 13 novembre 2011 racconta delle Mondine d’Africa e sulla Domenica del Sole del 13 novembre dello stesso anno, si vede stroncare da Zerlina (cattiva, cattivella) “I pesci non chiudono gli occhi”.

“Tra sbadigli e momenti di sincero sconforto – scrive la Zerlina -, il lettore viene sospinto in una storia, priva di un contenuto vero e proprio, che gira intorno alle vicende protoromantiche di un ragazzino cui, guarda un po’ il caso, tutti riconoscono doti straordinarie”.
Straordinario. Ci piace questo coraggio e anche la fantastica ironica autointervista di Silvia Avallone su La Lettura. Roba da far impallidire Zorba il Greco.
“Con i primi romanzi scoprii – detta al suo alter ego la donna d’acciaio – che tutte le cose vietate potevo farle dentro i libri, potevo diventare un eroe o un farabutto”.
E ancora: “Fu Pasolini a farmi stringere amicizia con i ragazzi che fumavano in sella a motorini senza casco e non volevano proprio saperne della scuola”.  Non lo trovate spassoso?
E per non dimenticare proprio nulla la Silvia Avallone prosegue: “Crooks, il garzone di colore di Uomini e topi, a un certo punto dice a un altro emarginato: <<I libri non servono a niente. A un uomo occorre qualcuno… che gli sta accanto>>. Come dargli torto? I libri non hanno mai fornito armi o soluzioni, la sola compagnia è simile a quella dei fantasmi”.
Non lo trovate comico citare Crooks che dice “i libri non servono a niente”, detto e sottolineato e citato da una che di mestiere scrive libri. Meraviglioso.
Ecco ci vorrebbero almeno altri sei o sette 23 luglio al Joycesecondo e balli e balli da mille e una notte con Troiano e Massarenti accapigliati sulla pronuncia corretta di amosh;  ci vorrebbero perché La lettura del Corriere e la Domenica del Sole sono fogli dove perdere la castità,tra violenze e domande su censure, libri belli e libri brutti (più questi ultimi) e un vassoio di coraggio che solo Cèline ha osato tanto (chapot a Sergio Luzzatto).
Siamo naufraghi, ma la lampada del faro sembra riprendersi in lontananza.
Sembra.

andreagiannasi

Ora per chi non lo sapesse Troiano Antonio e Massarenti Antonio sono i due giornalisti che si occupano di culture (avete letto bene al plurale). E visto che non li conosco e non ho mai avuto nulla a che fare con loro la nota finisce qui.

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