La vincitrice del premio Nabokov 2017 Livia Aymonino intervistata da Andrea Giannasi

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febbraio 19, 2018 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

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Livia Aymonino  autrice del romanzo “La lunga notte di Adele in cucina” (Giunti) vincitrice del Nabokov 2017, incontra Andrea Giannasi e ne nasce una lunga intervista  tra ricordi e ricette.

Leggendo questo libro incontriamo un interno notte in cucina, con una donna in cerca di ricordi, tra padelle e ricette, tra mani e pensieri. Un paese, l’Italia, e la sua storia che scorrono tra le tenebre di un passato che sembra non finire mai. Non c‘è solamente la politica, la nascita di un impero televisivo (e non solo), nomi noti e cronache, ma anche musica e un matrimonio in Campidoglio.  È un libro “valanga” che alla fine diventa affresco corale. Oggi ad alcuni mesi dall’uscita riscriverebbe o cancellerebbe delle pagine?
Non potrei riscrivere o cancellare delle pagine semplicemente perché nel momento in cui il libro è uscito se ne andato per conto suo, seguendo la sua strada, altro da me. Altro come in fondo è altra Adele che è vero che in gran parte mi assomiglia e mi identifica, ma che a un certo punto si è stufata di ascoltare la sua storia e, proterva e prepotente, l’ha presa per mano e l’ha trascinata via, rendendola sua. Quando penso al libro penso sempre a lei e mai a me perché la “valanga” per fortuna ha travolto anche il mio ego, mettendolo in sordina.

Scrivere un romanzo del genere implica dover riaprire cassetti di buoni ricordi, ma anche scucire i punti di vecchie cicatrici. Prevalgono nei ricordi più i dolori o le gioie?
Ci ho messo più di due anni e mezzo a scrivere di quella unica notte sterminata e talvolta mi è costato molto dolore e una fatica micidiale.  Però mi sono anche divertita e ho riso molto, ho fatto quasi pace con me stessa, e mi sono documentata a lungo per rendere quasi sessant’anni di storia, la mia e quella del paese, non dico precisamente esatti ma quantomeno veritieri: ho imparato moltissime cose, ho stanato ricordi impossibili e mi sono riappropriata di tanta bellezza dimenticata. Come diciamo nel nostro lessico familiare e come si dice a Roma, pari e patta tra gioie e dolori.

Il cuore ribelle è metafora di un’esistenza che vuole ancora ribellarsi o segno del tempo che scorre? E sempre su questo tema: è segnale dicotomico e di contrasto molto significativo per il nostro paese che il segnale sia giunto su un volo Milano-Roma. O si tratta di un caso?
Il cuore ribelle, ahimè, si è ribellato veramente una ventina di anni fa regalandomi, la carogna, una fibrillazione atriale peritura e non richiesta, più un sacco di ipotetici guai. Naturalmente la vita, la storia, il sentire di Adele hanno contribuito non poco al cuore eversivo e ballerino che un giorno a deciso di fare sentire la sua voce. E su Milano-Roma, soprattutto oggi, non ci sono dubbi: due dardi in direzioni opposte.

Adele e la propria adolescenza chiudono il cerchio su un vivere pieno, colmo, di donne su un motorino senza casco. Il femminile prende il sopravvento e forse si salva, di fronte ad un impero maschilista che si sta sgretolando. Le donne e l’oggi: quali i suggerimenti che lei darebbe ad una ventenne o trentenne?
Prendetevi la vita ma non umiliate quella dell’altro sesso: la donna tigre e l’uomo cercopitèco nelle foreste tropicali non hanno mai funzionato, figurarsi nella intricata jungla metropolitana dove la maggior parte dei rapporti umani sono incomprensibili e impenetrabili a prescindere. Amateli e fatevi amare, con indulgenza e passione, senza rabbia e revanche, ricordandovi però di restare le guerriere formidabili per cui abbiamo tanto lottato e qualche volta vinto. E soprattutto prendete atto, una volta per tutte, che noi veniamo da Venere e loro da Marte e non ci si può proprio fare niente.

Lei racconta la storia di una generazione che ha cambiato la società, e che – forse ingenuamente – continua a pensare di poterlo fare, in un contesto in verità ingoiato dal consumismo più bieco e osceno.  Nata in una struttura classista con eredità ottocentesche, sotto i suoi piedi ha visto il mondo trasformarsi, cosa non le piace più?
Più che trasformarsi ho visto il mondo precipitare nell’individualità del singolo, senza scampo, credendo invece di cavalcare le sconfinate praterie di un mondo alla portata di tutti, con un clic.
Come scrive Adele ai suoi figli, annettendosi anche una buona parte di colpe, la nostra è stata una generazione dove il NOI era un soggetto di per sé, che ci conteneva tutti, oneri, onori, musica, droghe, lotte, tragedie e incredibili conquiste, mentre loro sono miliardi di fantastici IO che fanno fatica a diventare un noi anche nelle scelte più banali. Probabilmente io e i miei cari coetanei abbiamo in proposito grosse responsabilità, ma penso che spetti anche loro prendere in mano la propria vita e il proprio loro futuro, con forza e autonomia, senza accucciarsi nella pozza di protezione dove li abbiamo ’nati’, come direbbe Totò.
Cosa non mi piace? Tra le tante: la mancanza di generosità e di curiosità nei confronti del mistero dell’alterità dell’altro, condizione indispensabile per una vita degna (e allegra);  lo svilimento della politica e dell’educazione civica; la perdita totale del senso comune per le cose; l’odio urlato dietro una tastiera e senza faccia; i troppi ‘impiattamenti’,  i sifoni che ‘destrutturano’, i riccioli di salse e questa ossessione del parlare di cucina: il cibo si prepara in solitudine e con amore nella stanza preposta e a tavola, per favore, si parli d’altro.

Poi il decennio delle perdite con la trasformazione dei corpi, delle menti e l’emergere delle fragilità degli esseri umani. Le distanze si riempiono e i viaggi cessano di essere scoperte. Al termine la protagonista tanto coraggiosa e forte sembra mostrare tutte le sue debolezze, ma è solo un istante. L’inizio di un nuovo corso dove lei cucinerà per lui e lui per lei. Ma questo libro non è solo una storia d’amore.
Invecchiare è un durissimo esercizio e bisognerebbe arrivarci preparati cosa che, come racconto nel libro, alla nostra generazione è mancata, avendo protratto fino allo spasimo una adolescenza canuta che ha saltato a piè pari la maturità, non per mancanza di intelletto ma per una gioia smodata di vivere (e anche di morire) senza pensare mai che un giorno saremo diventati anche noi quegli adulti attempati che volevamo trafiggere. È stata la mancanza di paura che ci ha reso per sempre giovani e intimamente fragili, coraggiosi e incoscienti al tempo stesso. E l’unico modo che Adele trova per fare pace con la sua nuova condizione è – ancora una volta-  provare a non farsi intimorire dalla paura, lasciando scorrere questa impervia e sconosciuta età nel grande, periglioso e generoso mare dell’amore. E nel chiuso della sua cucina, inchiodata ai fornelli e libera nei pensieri. Felice, come una bambina di sessant’anni.

Le ricette e la cucina come paradigma del nostro tempo. Mai come in questi tempi abbiamo rivolto attenzione al cibo. Si tratta secondo lei di bulimia, di consumismo, di moda, o di un’altra forma di amarsi e volersi bene?
Sinteticamente le ho già risposto nella domanda precedente e resto ferma nella mia convinzione che più si parla di cibo e meno lo si ama: il cibo è un mezzo, non un fine. Un meraviglioso strumento per aprire nuove porte e regalare briciole di te. E’ una forma effimera di arte suprema che però non deve scocciare gli altri, li deve solo nutrire, evocare e renderli felici. Il resto è business, moda, noia. Con invece immutata ammirazione e  massimo rispetto per il durissimo mestiere del ristoratore.

Infine una domanda sul Grillo che apre e chiude il libro. La canzoncina che ormai non si canta più, dove un matrimonio sacrilego viene distrutto sull’altare mentre nasce una nuova vita. Quella dell’aviatore Mimì Lulù Ciccetto alla fine trionfante nel reame delle ragazze. Le Belle More. Ci dica: è una presa di posizione politica o semplicemente la narrazione in diretta di quanto sta per accadere?
Nessuna delle due e  il mio Mimì Lulù Ciccetto, metà formica e metà grillo (con la g minuscola) non ha nulla a che fare con gli Orchi dei nostri tempi. Perché, beato lui, semplicemente non esiste.

 

Il libro è disponibile sul sito di Giunti: www.giunti.it/libri/narrativa/la-lunga-notte-di-adele-in-cucina/

 

 

 

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