Sul principio di uguaglianza (a scuola di diritti costituzionali) di Maria Clausi

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gennaio 16, 2018 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

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L’art. 3 della Costituzione così recita: Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali (I comma).
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese (II comma).

L’articolo 3 della Costituzione sancisce quello che è uno dei principi più importanti su cui si basa una moderna democrazia: il principio di uguaglianza.
Secondo l’interpretazione che danno i tecnici del diritto il comma 1 sancisce la c.d uguaglianza formale, mentre il comma 2 sancisce l’uguaglianza sostanziale.
In virtù del principio di uguaglianza formale tutti i cittadini sono tenuti all’osservanza della legge. Ciò significa che nessuno può sottrarsi a tale obbligo in ragione della sua posizione economica o sociale o personale o di appartenenza ad una razza; in sostanza, l’uguaglianza formale impedisce la creazione di privilegi.

Essere uguali significa anche che nessuna legge può prevedere un trattamento di sfavore nei confronti di taluni individui o categorie di individui; il principio di uguaglianza, dunque, implica il contrasto ad ogni forma di discriminazione.
Uguaglianza formale è, dunque, da un lato, sinonimo di rispetto della legge da parte di tutti i  cittadini e, dall’altro lato, obbligo per il legislatore di legiferare senza creare privilegi oppure discriminazioni.

L’uguaglianza sostanziale, invece, comporta il prevedere trattamenti diseguali rispetto a condizioni diseguali.
Mentre l’uguaglianza formale impone le stesse previsioni per tutti, l’uguaglianza sostanziale vuole la diversità di trattamento, ma non per creare privilegi, bensì per rimuovere quegli ostacoli che impediscono a tutti i cittadini di partecipare al progresso economico, sociale e politico del Paese.

Chi si trova in una condizione di inferiorità in ragione di una disabilità, oppure per la sua condizione economica non può concorrere liberamente assieme agli altri all’organizzazione della vita sociale, economica e politica del Paese e ha, dunque, bisogno di essere aiutato.
Ecco perché quando si parla del principio di uguaglianza sostanziale si parla di Stato interventista, ossia di uno Stato che ha cura dei disagi dei cittadini e che si adopera per rimuoverli così da rendere tutti liberi e uguali.
La disparità di trattamento serve per riportare in una situazione di parità e di uguaglianza chi si trova in una condizione di inferiorità.
Un concetto importante emerge dalla lettura del comma 1 dell’articolo in esame, ossia quello di dignità sociale.
Quale è il suo significato? Ciascuno ha diritto di essere trattato e riconosciuto come uomo, da uomini suoi pari, in ogni rapporto sociale in cui si viene a trovare. La dignità sociale e umana viene, invece, negata quando l’uomo concreto è degradato ad oggetto, a mero mezzo a grandezza fungibile (Durig).

La tutela della pari dignità sociale, che la Costituzione mira a garantire, rappresenta una manifestazione del più ampio principio dell’inviolabilità della dignità umana.
Quello della inviolabilità della dignità umana assurge a diritto che trova pieno riconoscimento anche nella Costituzione europea, istituita con il trattato firmato a Roma il 29 ottobre del 2004.
E’, dunque, l’uomo e la sua dignità ciò che deve essere sempre posto al centro dell’attività legislativa.
Quando questo valore, ossia la tutela della dignità dell’uomo, non occupa più il ruolo di centralità nelle leggi si genera il concreto di rischio di discriminazioni oppure la creazione di privilegi in favore di pochi e a discapito di molti.
Le discriminazioni e i privilegi, che si traducono in una violazione del principio di uguaglianza sia formale che sostanziale, danno luogo a degli squilibri in seno alla società.
Sono le disuguaglianze, che a loro volta si traducono sempre in ingiustizie, a generare odio.

In una società dove tutti sono uguali e liberi, dove tutti hanno concretamente le stesse opportunità e dove i più deboli sono resi uguali agli altri non ci può essere spazio per l’odio perché regna l’ordine e la giustizia.
Se, dunque, attraverso lo strumento delle leggi si creano delle disuguaglianze, non si potrà poi pensare di poter liberare una società dall’odio emanando una norma che reprime l’espressione di un pensiero “ribelle”, che punisce il comportamento che esprime dissenso.
Ciò che libera una società dall’odio, ciò che determina la pace sociale è l’assenza di privilegi e l’assenza di discriminazioni.
Ciò che libera una società dai conflitti sociali è l’assenza di disparità sul piano economico, sociale e culturale.
Ciò che garantisce la serena convivenza tra tutti i consociati è una condizione in cui è rispettata la dignità di ogni singolo essere umano.

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