C’è anche il vento nel romanzo d’esordio di Felice Foresta “Il faggio che sposò la luna”

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novembre 19, 2015 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

Il faggio che sposò la luna: un viaggio con occhi di bambino
di Daniela Rabia

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C’è anche il vento nel romanzo d’esordio di Felice Foresta “Il faggio che sposò la luna”, Tra le righe libri editore. Forse perché il vento si porta via le parole e uno scrittore avverte il bisogno impellente di fissare nero su bianco, per sempre, quelle parole. E quanta poesia c’è in quest’opera prima di un avvocato, che al linguaggio forense è avvezzo, ma si cimenta con la letteratura, con l’arte magica della scrittura? Poesia fa rima con magia, con fantasia (una fantasia non a caso citata in epigrafe rievocando Corrado Alvaro) e, in questo caso, fa rima anche con farmacia, la disciplina insegnata dal protagonista del libro, Giancarlo Morabito. L’autore afferma nei ringraziamenti finali di essere stato folgorato da “Occhi di donna” di Alvaro e, a ben vedere, questo suo libro avrebbe potuto essere intitolato “Occhi di bambino”. L’alter ego dell’autore, Morabito, intraprende, infatti, un fanciullesco viaggio nei luoghi della sua terra d’origine e nei luoghi della memoria. La Calabria diventa pretesto per un’esplorazione nella propria anima alla ricerca di quelle radici indelebili dell’essere umano, che il tempo, gli spazi, i luoghi altri e dell’altrove, il vento non possono spazzare via. Un romanzo-viaggio, dunque, come lo è un po’ ogni libro, che consente al lettore di percorrere chilometri di strada, stando fermo sulla sua sedia, nella sua casa. Un libro che invita all’ascoltare che non è mero sentire, all’osservare che non è mero vedere, al dialogare con la natura dei luoghi, dei mari, dei monti, dei boschi, con la certezza che essi interagiscono con l’uomo. E’ l’umanità tutta la vera protagonista de’ “Il faggio che sposò la luna”, un’umanità cui si chiede di risvegliarsi dal sonno indotto dal clamore e dal rumore. Quest’umanità ricercata richiede per essere scorta il silenzio dei sentieri solitari, il fruscìo delle foglie, il sibilo appena accennato del vento, la brezza del mare, la luce che filtra dalle chiome degli alberi che si stagliano nel cielo per consegnare il verde ai toni dell’azzurro. “Il faggio che sposò la luna” è infatti il matrimonio annunciato tra Terra e Cielo, metafora di quello tra Giustizia e Libertà., suggellati entrambi da un bacio, come consuetudine vuole. Ed è il bacio del pane segno tangibile di tale incontro, perché il pane è simbolo sacro sull’altare e profano sulle tavole e lo spezzarlo è sempre condivisione. Con la tenerezza di un bambino Felice-Giancarlo filtra le immagini attraverso uno specchio “ovoidale, capace di proiettare una luce cangiante, a volte turchina a volte dorata”. E lo specchio, fedele a chi lo invoca, riflette la verità dell’autore che lo porge ai lettori affinché a loro volta vi cerchino dentro le loro verità. La verità è frammento d’infinito e ad esso aspira anche quando coglie tutto il suo essere finito. Felice Foresta ci consegna una verità importante: i calabresi sono uomini normali e l’unica rivoluzione da effettuare oggi è la riscoperta della normalità, un’umanità che il vento e la memoria non possono cancellare.

Daniela Rabia

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