Hiv. Possiamo perdere tutto quello che osiamo mettere in gioco. Ce lo racconta Elisa Bellino su Prospektiva.

Lascia un commento

marzo 9, 2015 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

Il soffitto a cassoni si estende regolare lungo il perimetro della mia stanza. I miei occhi spalancati, fissi nel vuoto da un tempo ormai indecifrabile ne hanno studiato ogni angolo. Le mie pupille stanche, si sono ormai colorate di un legno vintage, unico e pregiato.
Dalla finestra della mia stanza un pallone fa vibrare la retina metallica di un canestro, scandendo il ritmo dei miei pensieri. Mi riporta alla mente la felicità negli occhi di mio figlio Peter, alla sua prima vittoria, e i volti increduli dei suoi compagni di squadra, tutti fissi con il naso all’insù verso il cielo. Oh Peter.
Canestro.
Sto disteso su questo letto da così tanto tempo da averne assunto quasi le sembianze.
La nullità del mio essere ha trovato il suo posto. Il posto per la pace eterna.
Unico oggetto vivo, all’interno della mia funebre stanza da letto, è un cordless rosso, poggiato accanto al letto, capace di far vibrare l’intera casa al suono di uno squillo, e di distruggere la mia calma apparente in un’unica telefonata. Quella telefonata.
I passi di Muriel al piano di sotto, scandiscono il ritmo di un’attesa estenuante, appesa ai fili invisibili di una conversazione che aspetto da tempo. Notizie precise, logiche, inconfutabili, che solo un uomo il cui unico interesse sono la lista di centinaia di cifre che scorrono al secondo su uno schermo, può cogliere in tutte le sfaccettature.
I passi di Muriel accelerano, accompagnati da un veloce battito di scopa. Il cordless tace, la stanza è immobile ed ovattata, come i miei occhi stanchi, appesi ad un famigliare soffitto a cassettoni.
Di sotto bambinetti esultano.
Canestro.
Battito di ciglia.
Un paio di occhi pesantemente truccati, mi osserva dall’altra parte del bus. La siluette di una donna si costruisce tra i sedili del numero 64. La quotidiana tratta verso casa si trasforma di colpo in un’estenuante Odissea.
Quel battito di ciglia mi mette a nudo in un secondo.
Improvvisamente non so più chi sono.
E’ crollata ogni mia certezza, insieme al mio impero finanziario.
Uno sguardo da puttana, un canto soave, maledetta sirena mi stai risucchiando nella tua merda.
Un battito di ciglia.
Canestro.
Una timida vocina manifesta la sua gioia. La squadra è in vantaggio.
“Oh Peter, un giorno potrai perdonarmi. Ti ricorderai del babbo, tra gli angoli del campetto da basket. E gioirai ricordando il nostro ultimo canestro”.
“Driiin”, il cordless vibra accanto al letto facendo un baccano terribile. Il suono metallico mi entra prepotentemente in testa, sembra voglia trapanarmi il cervello.
Mi riporta violentemente alla realtà.
Deglutisco pesantemente due, tre volte…
“Signore, è sua moglie. Vuole sapere esattamente quanto ha perso sull’indice in cui aveva investito. Sta mettendo all’asta la casa, signore”. “Le dica che sono morto, Muriel”.
Sono morto. Sono morto quella stessa notte in cui persi tutto.
Canestro.
Doppio canestro.
La squadra avversaria, questa volta, grida felice la sua gioia.
“Caro Peter, crescerai senza padre”. 20 luglio. E’ il 20 luglio il giorno in cui segneranno la data del decesso. La mia morte.
Era il 20 luglio quando, percorrendo le strade famigliari della quotidiana tratta verso il lavoro, il numero 64 mi abbandonava al mio destino crudele, scaricandomi di fronte alle immense porte vetrate, fredde glaciali, del mondo della finanza. Quello che era anche il mio mondo, e che mi è stato strappato dalle mani in una sola ora, cinquantasei minuti e quattro secondi.
In un battito di ciglia avevo perso tutto. I miei soldi, la mia casa, mia moglie. La mia vita.
Un battito di ciglia di una puttana, che quello stesso giorno ammiccavano tra i sedili del 64.
Era il diavolo imprigionato in due occhi giovani e profondi. Densi, come una colata di cioccolata bollente. Caldi, come il mio respiro che già le accarezzava le cosce. Quel giorno riflettevano la loro luce su di un uomo spento. Un uomo che, da troppo tempo ormai, si era scordato di vivere. Si era costruito delle certezze, un lavoro stabile, nel mondo della finanza, una bella donna, una bella casa, un figlio, Peter. “Oh Peter, neanche ti ho visto crescere!”. E anche Muriel, la donna delle pulizie, e un barboncino orribile, che faceva pipì per tutta la casa. La vita gli si era materializzata davanti senza che se ne accorgesse, senza che avesse il tempo di afferrarne un solo istante.
Battito di ciglia di una puttana.
Stanno penetrando nella carne di un uomo totalmente svuotato. Al di sotto dell’abito succinto da perfetto uomo della finanza non c’è più niente. E’ diventato un uomo senz’anima.
“Driiin”, lo squillo del telefono mi riporta nella mia stanza, violento, come una catapulta.
E’ arrivato il momento, me lo sento. Con estrema fatica scollo lo sguardo dal soffitto e allungo il braccio verso l’apparecchio metallico. I miei movimenti sono rallentati dal peso di una fine incombente. Ancora una volta Muriel mi precede. “E’ ancora sua moglie, signore, sta tornando dalle Americhe con Peter. Vanno a stare dai nonni. Hanno il volo oggi stesso alle 18.” “Muriel, le dica che sono morto, per piacere.” “Peter, caro Peter, perdonami”.
Canestro.
Ancora, i bambini si sfidano sotto la mia finestra, combattendo una partita infinita. Accalcati entro le quattro linee che definiscono il campetto da basket, il mio campetto. Quante volte avrò gridato di non giocare nel mio campetto, proprio sotto alla mia finestra. Mi fa male al cuore. Stanno giocando la partita della mia vita.
Battito di ciglia di una puttana.
Quel giorno mi hai stregato, e mi hai trascinato con te verso mondi oscuri, inesplorati, mai visti. Hai portato me, rispettabile uomo di potere, in un universo buio, sporco, che odora di erba bruciata e di sesso. Tanto sesso. Consumato tra gente sconosciuta. Giochi erotici, nel buio di un mondo parallelo, lungo i confini di una casa chiusa.
Due occhi da puttana, abili, affamati di carne umana, divorano un involucro vuoto, rivestito da un uomo di 35 anni.
Un attimo di debolezza. Un unico, solo attimo di debolezza. E tu, splendida siluette che volteggi tra i sedili del numero 64, mi hai rubato la vita. Mi hai succhiato via l’unica cosa che ancora mi restava: la salute.
Battito di ciglia.
Canestro.
“Driin”.
“Qui parla il Dottor Salvini. Ho il risultato delle sua analisi. Lei è affetto dal virus dell’HIV”.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: