L’urgenza di riprendere i valori della Resistenza. Intervista ad Andrea Giannasi

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febbraio 23, 2015 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

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Abbiamo incontrato lo storico Andrea Giannasi da alcune settimane in libreria con il saggio “La guerra a Lucca” (scritto con Marco Vignolo Gargini – Tra le righe libri). Con lui abbiamo parlato di Resistenza e Liberazione.

Lei in un recente incontro pubblico ha avuto modo di affermare: “E’ urgente tornare a far rivivere i valori resistenziali”. Cosa intendeva?

In questi mesi abbiamo avuto modo di sentire cantare “Bella ciao” a Parigi durante i funerali per i vignettisti di Charlie Hebdo, in Turchia e persino in Cina. Questo perché il simbolo della Resistenza italiana racchiude in se alcuni valori fondamentali come il rispetto del prossimo, la pari dignità sociale, le libertà di espressione, di religione, di differenze linguistiche, l’apertura verso le diversità come gesto di crescita e di conquista. La Resistenza italiana non fu espressione di rincorsa ad uno spirito avventuroso, ma come scrisse Piero Calamandrei: “era la coscienza di un dovere civile da adempiere, la consapevolezza della necessità non più differibile di un rinnovamento totale della nostra vita nazionale, di una ricostruzione dalle fondamenta della struttura sociale che aveva reso possibili quegli errori”.

E quei valori che hanno sconfitto gli orrori del fascismo, oggi albergano nella nostra Costituzione. Basta leggersi i primi 21 articoli per capire il patrimonio collettivo che la Resistenza ci ha donato e che la nostra società ha dimenticato. Ecco intendevo proprio questo: per difendere la nostra libertà e per insegnarla agli altri è urgente tornare a riprendere quei valori di condivisione e di fratellanza.

Oggi però parlare di Resistenza appare difficile dopo i tanti attacchi e lo sgretolamento culturale e storico. Perché appare così fragile il movimento resistenziale e la sua storia?

Il problema è complesso e articolato. Difficile tracciare i molti errori compiuti intorno e all’interno della galassia resistenziale. Certo è che dopo il 25 aprile alcune parti del mondo resistenziale pensarono di proseguire la guerra di Liberazione cancellando gli oppositori interni ed esterni. In questo quadro lo sfaldamento del Partito d’Azione, la cancellazione delle formazioni badogliane, l’esclusione di Giustizia e Libertà, l’annientamento anche fisico (leggi Porzus) di gruppi non allineati. Ben presto nacquero pensieri divisi del mondo partigiano che perse il carattere multiforme che aveva visto la genesi del movimento.

Da qui il passo alla cristallizzazione, al rendere immobile, immutabile, il mondo della Resistenza è stato breve. Resistenza dunque non più come soggetto, ma come oggetto da sventolare; certificato inossidabile di fedeltà ai valori democratici e repubblicani.

Una Resistenza con i suoi valori che però apparteneva solo a parti politiche diverse. Nacquero così “resistenze” diverse, separate e dunque più fragili. Certo l’Italia era limes sulla cortina di ferro, ma ben presto il sogno di rinnovamento che i partigiani sognavano in montagna si infranse in una dura reazione interna ed esterna.

Dunque il mito della Resistenza tradita?

Certo ma non solo. Quello della Resistenza tradita è un elemento che ci aiuta a comprendere alcuni aspetti dei fenomeni che hanno portato la galassia resistenziale verso una crisi sistemica, ma sarebbe riduttivo fermarsi ad una formula.

Non furono traditi solamente gli uomini, ma soprattutto i valori. La Resistenza lottava per la solidarietà sociale, per spingere e animare gli animi verso un rinnovato spirito di cambiamento che si muovesse su un senso più forte di dovere politico. E cito ancora Calamandrei: “Il senso della politica intesa come dovere di sacrificarsi al bene comune, che è poi il fondamento morale senza il quale non può vivere una democrazia”.

Questa l’eredità della Resistenza che dobbiamo con urgenza riprendere.

Però in Italia continuiamo a dividerci tra chi sostiene e comprendere le scelte degli uomini della Repubblica Sociale Italiana da una parte e gli uomini che formarono la Resistenza dall’altra. Anzi verso questi ultimi i giudizi di ladri e assassini si confondono con fatti eroici. Come venire a capo di questo stato di cose?

L’urgenza di far tornare centrale il ruolo dei valori resistenziali, è pressante e quotidiana. Per questo la galassia partigiana deve tornare a vivere senza mascheramenti, orpelli, scenografie o bandiere univoche ed essere movimento collettivo. Tornare ad essere quella bacinella condivisa non solo perché unica, ma perché contenitore riconosciuto da tutti come luogo all’interno del quale alberga il seme della nostra democrazia. Essere consapevoli che la nostra libertà di espressione è dono costituzionale frutto della Resistenza al fascismo che negava le libertà individuali e collettive. Chi scelse la Repubblica Sociale scelse, più o meno consapevolmente, Fossoli, Sant’Anna di Stazzema, Marzabotto, compiendo un gesto nel nome della Patria, di Dio o della Famiglia; ma secondo lei i partigiani per cosa combattevano. Se legge le lettere dei condannati a morte della Resistenza troverà che tanti sono caduti per la Patria, pensando alla Famiglia e pregando Dio. Questo per capire che la Resistenza non è un bene solo di alcuni, ma di tutti i cittadini italiani; anche di quelli che non accettano la Resistenza perché una parte, infarcita di ideologie totalitarie, pensò di proseguire su una strada contraria ai valori fondanti. Se ci fu errore oggi è noto e ben compreso. E proprio per questo circoscritto e ben separato e distante dai perni che sono cardine della lotta di Liberazione dai totalitarismi.

E’ un concetto difficile da comprendere.

L’articolo 3 della Costituzione recita: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Come vede la Costituzione unisce, non divide, agendo per la pace e per la libertà. Si crea dunque la giusta distanza da tutte le ideologie totalitarie che hanno reso il Novecento un secolo oscuro e sanguinoso.

E a proposito di Novecento viene spontanea una domanda sui venti di guerra delle ultime ore. Cosa ne pensa di un possibile intervento militare in Libia?

Uso ancora la Costituzione. Nell’articolo 11 “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”. Dunque non accetto la guerra come extrema ratio. Penso che sia il momento di donare eguaglianza anche ai popoli e ai paesi più poveri del mondo. Domandiamoci da cosa fuggono i migranti: dalle guerre, dalla miseria, dalle persecuzioni. Ecco invece di pensare a nuove guerre studiamo come donare felicità e benessere.

Vorrei ricordare che gli americani conquistarono l’Italia dal luglio del 1943 non solo con le bombe, ma con la cioccolata, la Coca Cola e la farina; nuove locomotive, carbone, petrolio. Insomma crearono le basi per un nuovo sviluppo.

Oggi c’è bisogno urgente di nuovi partigiani su nuovi sentieri resistenziali. Persone che lavorino per disegnare nuovi dialoghi, nuovi sistemi di consumo, nuovi approcci sociali e culturali. Persone che possono essere conservatori di destra come progressisti di sinistra perché chi crede nella pace e nella libertà deve risiedere in ogni schieramento politico.

 

Infine un invito?

Calamandrei scrisse: “Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati”. Vorrei aggiungere che i valori di fratellanza, di onestà, di amicizia, di rispetto, sono ovunque c’è una mano tesa. Ecco riprendiamoci il valore cardine che mosse i partigiani: la ricerca della dignità dell’uomo nella scoperta e difesa della pace, dell’eguaglianza morale e della libertà.
In tutto questo l’urgenza di tornare a far rivivere la Resistenza.

Nazareno Giusti

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