Normanna Albertini non è il nome di una calciatrice e neppure di una cuoca, ma di una scrittrice. Ovvero: sul piacere della lettura

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gennaio 23, 2015 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

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Normanna Albertini non è il nome di una calciatrice e neppure di una cuoca, ma di una scrittrice. Ovvero: sul piacere della lettura

Incontrare una scrittrice come Normanna Albertini è esercizio che mette agilità alle corde dell’anima. Vorresti che quelle sue parole, che escono come un fiume reggiano che se non ci fosse il Po andrebbe a sbattere contro le Alpi, diluviando infino parte dell’Austria, non finissero più. Vuoi per l’accento, vuoi per la profondità, la rotondità, in un incessante lavoro di lima, che alla fine dona piacere, che tutto quell’acquazzone non finisse mai. Parole ghiacciate, sillabe innevicate, verbi a grandine: questo il sillabario dell’autrice di Felina. Insomma fa bene alla vista, ai reni, alle fotografie dei vecchi nonni, alle nuvole che si fermano ad ascoltare, al mondo, fa bene incontrare Normanna Albertini.
Eccerto (scritto così tutto attaccato perchè qui si fa del narrare un corso, un flusso) che la scrittrice si dona e si meraviglia – uno dei tanti tratti che più colpisce, oltre ai capelli neri, dell’autrice è la curiosità – e chiediamo perdono a tutti se le domande son piccole cose di fronte all’universo.
Via si principia. Ascoltate.

Come nascono i tuoi libri?

I miei romanzi hanno una loro origine che è diversa dalle raccolte di racconti o dai saggi. Il saggio lo studi, lo strutturi, è una sorta di tesi, sebbene si debba in ogni caso impegnarsi per renderne piacevole la lettura. I racconti autobiografici (come sono i miei) devono solo cercare di evitare la mediocrità simulatrice della nostalgia per il passato. Devono sfuggire al raccontare stucchevole, accentratore, vanaglorioso. Il proprio vissuto non è mai esperienza abbastanza importante da poter conquistare tutti se viene presentato in modo autocentrato.
Quando si parla della propria vita si deve essere capaci, invece, di farla diventare la vita di tutti. Questo significa raccontarla “da fuori”, selezionando ciò che si può condividere e scansando ciò che diventerebbe noioso e seccante. Si deve riuscire a rendere speciali eventi comuni, facendo sentire partecipi – protagonisti – i lettori stessi.

L’idea del romanzo è innanzitutto, viceversa, l’urgenza di venire al mondo di un personaggio. All’improvviso ce l’hai lì, in testa, e non ti lascia. Un po’ come un innamoramento, un po’ come una dipendenza affettiva: il personaggio diventa un tuo amico, una presenza nel quotidiano. Tu lo cresci, lo ascolti, lo nutri, dialoghi con lui.
Poco tempo, ed è come se lui (o lei) ti afferrasse e ti trascinasse nella sua esistenza. Allora arrivano i personaggi comprimari e, come una coperta sul telaio, o come le vecchie calze di lana ai ferri delle nonne, in quel momento prende forma il primo abbozzo di trama, poi l’intreccio della narrazione.
Di solito, dopo aver pensato anche per mesi al protagonista, raffigurandomelo fisicamente, immaginandone le caratteristiche comportamentali e psicologiche, scrivo una pagina.
Quella difficilmente sarà poi la prima pagina del libro.
Quella pagina verrà lavorata, scritta e riscritta infinite volte, un po’ come un campo arato, zappato, liberato dalle pietre, concimato, seminato e irrigato. Con pazienza, senza fretta. Non alla ricerca forsennata della perfezione stilistica, della bella forma, ma inseguendo la tensione passionale, la forza drammatica. Ciò che scrivo deve fare appello alle emozioni di chi legge, oltre che alle mie. Infatti, io sono la mia prima lettrice e pretendo, da me stessa, di sapermi emozionare, sorprendere e prendere. Mi capita di ripigliare in mano la pagina dopo giorni e chiedermi se l’ho scritta io…
Certo che una bella scrittura, pulita, fluida, non banale, asseconda anche il pathos, non c’è dubbio.
Mi interessa, dunque, che chi legge si identifichi, senza forzature, con il punto di vista del protagonista o, comunque, con l’umanità varia che abita la narrazione. Mi interessa che chi legge entri fisicamente, con tutti i cinque sensi, nel mondo virtuale della narrazione: che ne senta il calore, il freddo, i profumi, gli odori, le musiche, i rumori; che ne veda i colori, le luci e il buio.
Quella prima pagina vedrà, in seguito, precederla o seguirla altre pagine. Potrà trovarsi nel primo capitolo, come a metà del libro. Anche la struttura della narrazione sarà costruita in base alle esigenze della storia: narrazione lineare, parallela, con flashback o flashforward.
I miei romanzi nascono tutti, e non a caso, intorno a personaggi del passato – reali o inventati – sempre ben collocati storicamente. Dico “non a caso” perché la curiosità per il passato è una delle mie passioni. Però non concepisco mai un personaggio storico con intento didattico: il mio interesse per la storia non ha né questa causa né questo obiettivo.
Non mi interessa nemmeno che ci sia una morale alla fine del libro, un insegnamento; se qualcuno vuole trovarcelo è libero di farlo, ma non è il motivo per cui scrivo. Io scrivo per divertirmi, scrivo – e leggo – per curiosità, scrivo per piacere puro. Di conseguenza, scrivo perché qualcuno si appassioni leggendo, divertendosi nel senso etimologico del termine. Perché “divertirsi” significa “volgersi altrove” per cercare sollievo, aria, respiro. Se poi si trova anche qualcosa su cui riflettere, tanto meglio. I miei personaggi sono storici, sono donne, sono bambini; spesso sono poveri o maltrattati. Questo credo che sia un “imprinting” dovuto alle mie letture dell’infanzia e adolescenza. Come altri della mia età, sono cresciuta piangendo per i personaggi sfortunati del libro Cuore, soffrendo con Huckleberry Finn e Tom Sawyer, preoccupandomi per Mary e Colin, i protagonisti di “Il giardino segreto” di Frances Burnett o commuovendomi fino a perdere il sonno per “Incompreso” di Florence Montgomery. Per non parlare di “Pinocchio”, il primo libro della mia vita.

Quale genesi ha avuto il tuo ultimo libro?

Il mio ultimissimo libro, candidato e poi finalista al premio nazionale dedicato al grande scrittore reggiano Silvio D’Arzo (Ezio Comparoni), non è in realtà l’ultimo, perché era lì, pronto e finito, già da diversi anni. L’ultimo pubblicato, invece, “Il sapere piccolo”(Garfagnana Editrice), è una raccolta di racconti autobiografici che completa la prima, “Sulle spalle delle donne – Memorie di una bambina di campagna”. “Il sapere piccolo” rimanda al “mondo piccolo” di Giovannino Guareschi e al “Sapore, sapere (poi pubblicato con il titolo Sotto il sole giaguaro)”, vero viaggio attraverso i sensi di Italo Calvino. Nel libro affermo che “Il sapere è qualcosa che, dall’esperienza dei sensi, dal sapore, dalla bocca, dalla lingua, sale su fino alla mente e diventa pensiero, notizia, riflessione; tuttavia: ‘il sapere partito dalla lingua, alla lingua deve poter ritornare, e chi non può esprimere bene quello che sa è come se non sapesse’. Quante volte ho sentito i vecchi dire ‘Non sa né di me né di te’, che significa persona insulsa, di poca sostanza e poco interessante; una persona che non solo non ha “sapore” (né saperi) ma è pure incapace di stringere e coltivare relazioni, amicizie, amori. Solo chi ha sapore, in realtà, sa dare sapore e comunicare saperi.” Ci sono diversi temi che questo libro propone, e che andrebbero affrontati con le nuove generazioni; c’è ancora, come nella precedente raccolta, il ruolo della donna, anche della donna migrante. Per necessità, per lavoro, perché i soldi erano sempre troppo pochi e tirare su i figli era un problema innanzitutto economico.
Tornando al romanzo finalista al Premio D’Arzo, la protagonista è Matilde di Canossa; ma una Matilde molto umana, molto vicina a noi come sentire e modo di pensare; una Matilde intanto bambina, troppo presto uscita a forza dall’infanzia a causa della morte del padre e per i doveri allora richiesti ai nobili regnanti; poi Matilde donna, con le sue paure, i suoi dubbi, i suoi amori, le passioni, le lotte, le speranze, le grandi delusioni. Il libro è nato dopo aver tanto letto di lei e aver visitato tantissime volte i suoi castelli, proprio qui, a due passi da dove vivo.

Da dove arriva la tua scrittura? A chi ti ispiri, quali sono i tuoi modelli?

Come dicevo prima, la mia infanzia è stata segnata da quei libri che, allora, credo tutti i maestri portassero a scuola per avvicinare gli alunni alla lettura.
Ricordo anche libri difficili, come “Moby Dick la balena bianca” o, addirittura, “Guerra e pace”, che lessi alle elementari! Ricordo tutti i libri di Jules Verne, quelli di Emilio Salgari, quelli di Joseph Rudyard Kipling.
Leggevo moltissimo; a volte anche un libro al giorno, se non era troppo lungo. Era la mia maestra a rifornirmi di buone letture. Durante la mia adolescenza, cominciai a leggere gli autori che incontravo sulle antologie o nello studio della letteratura.
Così furono i tascabili “Oscar Mondadori” a finire sul mio comodino, perché costavano poco e tenevano poco posto. Mi comprai, per esempio, molti romanzi di Cesare Pavese, le novelle e i romanzi di Giovanni Verga e di Luigi Pirandello, poi tutto Erich Maria Remarque. E non poteva mancare “L’Antologia di Spoon River” di Edgar Lee Masters. Oltre agli autori italiani, come Calvino, mi piacevano gli autori classici francesi, tutti, così come i russi del filone del realismo. Trovo anche oggi “Il placido Don” di Michail Aleksandrovič Šolochov un romanzo di una bellezza straordinaria. Amo anche la poesia e Eugenio Montale rimane il mio mito, subito seguito da Giuseppe Ungaretti. Tra i miei scrittori oggi più amati, José Saramago, in particolare il suo “Il vangelo secondo Gesù Cristo”, che gli costò critiche e censure feroci. Lo stile stringato, essenziale, incisivo e mai banale di Eduardo Galeano è per me una delle cose che rendono piacevole la lettura: “Specchi”, “Le vene aperte dell’America Latina”, “Giorni e notti di amore e di guerra”… E poi Jorge Amado, “Gabriella, garofano e cannella”, per esempio. Mi piace lo scrivere di Gioconda Belli, “La donna abitata”, mi piace la scrittrice iraniana Siba Shakib, “Afghanistan, dove Dio viene solo per piangere”, “La bambina che non esisteva”, “Il sussurro della montagna proibita”. Mi piace il primo Erri De Luca. Se devo pensare a dei modelli di riferimento, ritorno, però, a quelle mie letture di bambina e ragazza; ritorno a “Il mulino del Po” di Riccardo Bacchelli, per esempio, dai personaggi delineati in modo certosino, talmente forti che te li vedevi davanti; l’ambiente descritto con quel realismo proprio dei russi, il tutto inserito in una trama molto complessa, con precisi riferimenti storici. Un romanzo coinvolgente, vigoroso, pieno di tensione e potenza tragica. Poi Dino Buzzati, perfetto nei suoi racconti (come non rimanere a bocca aperta di fronte a “Il mantello”?). Alcuni romanzi di Sebastiano Vassalli sono stati, per me, rivelatori: mi hanno fatto capire cosa e come avrei voluto scrivere; penso soprattutto a “Marco e Mattio”, perché, come lì scrive Vassalli: “L’unica cosa che il tempo non è riuscito a far sparire del tutto, nel caso di Mattio come in quello di Gesù di Nazareth, è una traccia che gli uomini – non tutti, fortunatamente, ma nemmeno pochi! – si lasciano dietro come le lumache si lasciano la bava, e che è il loro segno più tenace e incancellabile. Una traccia di parole, cioè di niente. Gli edifici crollano e vengono ricostruiti, le città muoiono, le montagne sprofondano: solamente la parola, di tanto in tanto, riesce a darci un’illusione d’immortalità che contrasta con tutto ciò che vediamo e conosciamo, e con la nostra stessa ragione. Come scrivere sull’acqua, o scolpire il vento…” (p. 289)

Pensi che sia importante l’eredità letteraria?

Penso che l’eredità letteraria più bella che si possa lasciare sia la passione per la lettura. Se si riesce a trasmetterla ai propri figli – o a chi ci è vicino – gli si farà un regalo di valore incalcolabile. Penso che la scuola possa contribuire a trasmettere questa eredità letteraria, ma che a favorirla debba essere innanzitutto l’atteggiamento della famiglia nei confronti dei libri e della lettura.
Penso che dobbiamo raccogliere l’eredità letteraria degli autori del passato o dei contemporanei, sia come lettori, sia come scrittori, proprio perché solamente la parola può essere immortale e percorrere i millenni senza scomparire, come invece succede per le città, gli imperi, i templi. A Reggio Emilia, per esempio, si sta lavorando per recuperare e riconsegnare al pubblico l’eredità letteraria di un autore, Silvio D’Arzo (Ezio Comparoni), non troppo conosciuto e poco valorizzato dai suoi contemporanei. Comparoni fu innanzitutto un ragazzo con origini montanare, figlio di una giovane donna non sposata, registrato quindi all’anagrafe col cognome della madre e che subì come un peso o una sorta di peccato questa condizione. Visse in condizioni economiche piuttosto disagiate (eravamo negli anni venti del ‘900), eppure frequentò le scuole vincendo numerose borse di studio non solo per requisiti di reddito, ma per buon profitto.
E diventò Silvio D’Arzo, forse proprio per quel senso di esclusione che il confronto con i compagni più benestanti aveva provocato in lui. Fin dai suoi dodici anni si era infatti ripiegato sulla letteratura e la scrittura. Diventò Silvio D’Arzo e la sua fu un’idea elitaria, classica di letteratura, secondo la quale l’artista è una figura d’eccezione, per le sue qualità individuali nettamente staccato dal popolo e dal sentire comune. Purtroppo, Silvio D’Arzo ebbe non pochi problemi con gli editori. In una lettera, Pio Schenetti scrive a Silvio D’Arzo per conto di Garzanti il 6 luglio 1939, in relazione ad un manoscritto, “Ragazzo di città”, di cui ci rimane solo il titolo: “… vi sono immagini, notazioni, fantasie di uno scrittore giovane (tale almeno noi lo immaginiamo) che perseverando troverà la sua via. Salvo qualche momento freudiano che si potrebbe mitigare nella sua arrischiata crudezza di espressione, e tolta un’osservazione che forse non sarebbe tollerata nella stampa in quanto asserisce disperatamente che i poveri non dovrebbero avere figli, il resto potrebbe andare: c’è in sintesi una rappresentazione viva e schietta degli anni un po’ squallidi e pur lieti d’uno studente povero, ingenuo, sincero, in una città universitaria; e i pensieri che salgono immediatamente dalle sensazioni, dalle esperienze, dalle riflessioni, accennano abbastanza bene all’aurora un po’ grigia, benché solcata da visioni amorose, di un’età che si abbandona senza riluttanze al ritmo naturale e necessario della vita. Ma come libro questo insieme di ricordi rivissuti sarebbe troppo scarso. Noi non possiamo accettarne la pubblicazione”.

Che cosa hai preso dal passato e che cosa consegni al futuro?

In effetti, non ho mai scritto del presente, a parte qualche racconto giallo. Scrivere del presente è difficile, perché ci si è immersi e non si riesce a vederlo nel suo insieme. Inoltre, si entra in competizione con i vari mezzi di informazione, dalla televisione, ai giornali, a internet, alle chat, che già parlano di tutto, in tempo reale, e che condiscono il tutto con un profluvio di immagini.
Ho sempre scritto del passato, prendendo, dal passato, sia le ambientazioni, i personaggi, le storie, sia il ritmo, il respiro della narrazione. Ho preso, dal passato, la struttura dei famosi “romanzi d’appendice”, quelle narrazioni dense di vicende, di personaggi e di colpi di scena che, nell’Ottocento, venivano pubblicate a puntate sui giornali. Anche Pinocchio nacque così, pubblicato a puntate sul “Giornale per i bambini”, ma perfino Dickens aveva pubblicato i suoi romanzi a puntate, e poi Flaubert (Madame Bovary), Dostoevskij (I Karamazov e Delitto e Castigo), Tolstoj (Guerra e Pace). Credo che quel tipo di romanzo, proprio per come è costruito, abbia la particolarità di essere “concluso” in ogni sua “puntata” anche se pubblicato tutto intero, mantenendo, però, in ogni sua parte, la tensione sufficiente a incatenare il lettore.
Dal passato ho preso la poesia, l’inconsapevole metrica di certi periodi, il gusto per il suono delle parole e delle frasi. Dal passato ho preso i racconti degli anziani, racconti di guerra, di resistenza, di migrazione, di lavoro e fatica. Ho preso anche le favole antiche, quelle raccontate dalle mie nonne e bisnonne, ormai dimenticate e mai ritrovate sui libri: personaggi e situazioni spesso ai limiti dell’horror, tuttavia narrate a noi bambini con grande naturalezza. Ho preso il ritmo delle preghiere, pure di quelle in latino, che erano come degli incomprensibili, musicali mantra: “Ora pro nobis… ora pro nobis…” Dal passato ho preso, come un dono, tutta la bellezza di tutte le mie letture, di tutti i libri che ho letto.
Al futuro vorrei consegnare l’amore, il divertimento non “per”, ma “della” lettura, del leggere. Consegno i libri che ho scritto e che, in parte, sono anche documenti e documentazioni storiche, sociali e antropologiche.

Ecco, finito. E ora ricominciamo perchè è dalle seconda lettura che altre sfumature ci avvolgono e ci fanno amare i libri di Normanna Albertini.

(intervista di Andrea Giannasi)

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