La necessità del romanzo proletario: alle penne e raccontate storie vere

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febbraio 25, 2014 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

belle-epoque-prospektiva

Si tratta di un neologismo: romanzo proletario, nel momento storico durante il quale i proletari (ovvero coloro che hanno possesso della sola prole), se ne stanno nascosti o vengono celati agli occhi della buona società.
in un regime di consumo obbligato guai esporre in un pubblico la parte povera della famiglia. Si potrebbe generare nella massa il desiderio di capire come mai in questa società da supermarket onnivoro onnipresente e omnicomprensivo, ci sono poveri che non possono consumare come gli altri.
Guai.
Guai perché aprire anche una sola piccola crepa, potrebbe creare una vera e propria falla nel sistema.
Eppure i nuovi proletari poveri esistono e non vivono solo nelle fabbriche.
Ecco quello che si dovrebbe tornare a raccontare. Queste storie. Basta con i generi i fantasy, i maghetti, le conturbanti e perniciose fughe di quarantenni avvampate, i falsi saggi sul modello Pansa che racconta storie già note e per far cassetta mina la credibilità della Resistenza. Basta con tutto questo ciarpame di libri morti in libreria.
Raccontate storie vere di famiglie vere di gente vera di proletari veri. Proletari in tuta blu e proletari in camicia bianca; proletarie al turno in fabbrica, proletarie in tailleur.
Forza che saranno storie belle da leggere.
Il romanzo proletario: un nuovo genere letterario.

andrea giannasi

N.B. L’immagine usata viene dalla Belle Epoque come a dire “apriamo una nuova epoca narrativa con i romanzi proletari”. Infine leggetevi Alessandro Ferri che lui, un romanzo proletario, lo ha scritto.

2 thoughts on “La necessità del romanzo proletario: alle penne e raccontate storie vere

  1. kinoki ha detto:

    Mucha, raffinato pittore, designer, grafico pubblicitario, autore dei più noti cartelloni pubblicitari e teatrali di tutti i tempi, hair stylist (già!) e massone, fu rappresentante di quella società che viveva di orpelli e decorazioni. Al proletariato – inutile dirlo – poco si addice.
    Indubbiamente fu grande, ma non può incarnare nulla di proletario, niente tute blu – semmai fu il padre dell’arte della pubblicità, intento a mostrare solo la parte bella della società di massa.
    Molto più “cantori del proletariato” furono Courbet, Daumier o l’atroce Otto Dix – ma solo perché raccontarono l’aspetto più povero o disturbante delle metropoli.

    Ovviamente mi sto riferendo alla scelta (ingiustificata) dell’immagine.

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