Fosco Maraini e la gnosi di Fosco Maraini

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gennaio 21, 2014 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

fosco-marainiIl Lonfo:  Il Lonfo non vaterca né gluisce – e molto raramente barigatta,  – ma quando soffia il bego a bisce bisce – sdilenca un poco e gnagio s’archipatta. – È frusco il Lonfo! È pieno di lupigna – arrafferia malversa e sofolenta! – Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna – se lugri ti botalla e ti criventa. – Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto – che bete e zugghia e fonca nei trombazzi – fa lègica busìa, fa gisbuto; – e quasi quasi in segno di sberdazzi – gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto – t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.

La meta-semantica di Fosco Maraini (1912-2004) possiede, etimologicamente, diversi significati. Qui piace pensare sia una forma di affinità al significato di un concetto: l’affinità sta nel suono e nella suggestione creata dalla parola. Maraini non crea certo neologismi, ma espressioni parodistiche di una convenzione che ha stabilito tecniche di comunicazione attraverso la costruzione di parole, ovvero di strumenti comunicativi comprensibili a tutti. Si tratta di un compromesso che attribuisce a segni un valore esplicativo duramente conseguito nel corso della storia. La parola come una verità matematica. La cultura moderna, quella più raffinata, dubita sia davvero possibile, anzi giunge alla definizione di relatività per quanto riguarda le cose umane. Maraini dimostra che la divinizzazione delle parole è eccessiva, inventandone di similari e intrecciandole fra loro sino a formare una meta poesia che ad orecchio funziona piuttosto bene. Non è vero, tuttavia, che le sue fanfole (il cui significato è forse chiacchiere a vanvera) siano limitate ad una fruizione sonora, ad un divertimento irrazionale, come è nel caso delle operazioni letterarie concepite dal movimento francese dell’OuLipo (dove peraltro l’irrazionalità è accademica, cioè è soggetta alle regole razionali tradizionali): Maraini, in questi esercizi compositivi, mette un grande impegno intellettuale che infine si rivela attraverso un’acuta e pungente ironia (senza la conseguenza di ferite). Le composizioni, molto curate, sono una sorta di educato sberleffo alla cultura pietrificata, e dominante, che ostacola lo sviluppo culturale. La citata pietrificazione ha la colpa di rimanere ancorata a certa metodologia espressiva come fosse Vangelo: il fenomeno è responsabile di una saggezza costruita a tavolino, adoperando mezzi levigati all’inverosimile, con i quali pervenire ad una logica inoppugnabile che dimostri l’emancipazione conoscitiva dell’uomo. Non l’evoluzione, proprio l‘emancipazione dalle deduzioni ordinarie dovute alla vita all’interno dell’esistenza.

L’uomo nuovo, l’uomo partorito dal progresso materiale, immagina di essere arrivato alla concezione del mondo del tutto personale, di essere ormai padrone delle cose. Le sue parole spiegano la realtà e la trasformano. Psicologicamente non dipendono più da essa. Questo apparente superamento forma la presunzione di autonomia vincente sul tutto. L’auto-incoronazione determina, infine, una sicurezza che la parola suggella attraverso toni e composizioni codificate di parole, a suffragio di concetti sentenziali.

Dopo anni di lavoro, Fosco Maraini diede alle stampe, nel 1994, il suo libro “Gnosi della fanfola”: poco più di cento pagine colme di ammirevole tensione, ricche di equilibrio e prodighe di compassione verso la favola delle parole risolutrici. L’autore, che s’impegnò quanto si divertì, sembra dire che una rigida scienza letteraria non può avere la credibilità che crede di avere.

Quanto fosse impegnativo vivere e capire le cose, Maraini lo sapeva molto bene per via della sua vita avventurosa e turbolenta. Egli era etnologo, orientalista, fotografo, alpinista, scrittore e poeta. Visse a contatto con varie culture, fra cui quella giapponese (in Giappone godeva di grande considerazione, per un atto di coraggio – il taglio del dito mignolo di una mano – e per l’ostinata resistenza all’adesione alla Repubblica di Salò), fece diverse e importanti ascensioni alpinistiche, fu fotografo assai apprezzato, gran conversatore, appassionato affabulatore (fra i suoi libri di vario genere, brilla anche, oltre alla famosa Gnosi, “Case, amori, universi”, un’autobiografia sincera e profonda, pur se un po’ romanzata).

Fosco Maraini non ha nulla a che vedere, artisticamente, con la figlia Dacia, la cui notorietà si deve principalmente alle vicende che la videro legata ad Alberto Moravia. Dacia scrive sicuramente bene, ma lo fa secondo una certa impostazione convenzionale che impedisce approfondimenti ed interpretazioni originali. La sua è una letteratura per salotti medio-borghesi dove i sentimenti sono epidermici e patinati. Il padre, il nostro Fosco, va invece al sodo, i suoi interventi incidono, la sua fantasia è incontenibile, la sua bravura debordante, la sua intelligenza finissima, il suo gusto letterario aristocratico.

Dario Lodi

 

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