Tra vaginofilia e vaginofollia il neofonzismo: Fonzie è tornato e non vive più sul garage dei Cunningham

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gennaio 8, 2014 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

allasta-la-triumph-tr5-scrambler-di-fonzie_5Parliamo di vagina signori e signore usando i termini vaginafilia e vaginofollia. Intendiamoci però: un neologismo non può risolvere i problemi, ma è comunque in grado di avvicinarci meglio alla questione.
In questi tempi senza guerre e con poche notizie ci diamo un gran da fare a parlare di omicidi di donne, sbattendo in prima pagina ogni giorno le efferate gesta di uomini in preda a crisi esistenziali, malati di mente, mezzi uomini o semplicemente assassini.
Si è pure inventato un termine odioso e dannoso che risponde al nome di “femminicidio”, sottolineando che la questione interessa da vicino solo il mondo femminile, dimenticando di osservare l’altra metà del cielo (usando una frase tanto cara a certe femministe ex sessantottine, oggi divise tra la scelta di volare alle Maldive o far pulire il giardino della casa a Capalbio).
Scrivo di femministe e Maldive e Capalbio proprio perché è lì, negli anni settanta che la questione non è stata risolta. Ovvero si è parlato tanto di libertà ma alla fine ognuna ha navigato a vista. E per conto proprio.
Gli anni ottanta, quello durante il quale la donna è diventata sempre più “pubblicità”, ha certificato lo stato di cose varando la cordiale pratica maschile della “vaginofilia”. Dal “Drive In” alle copertine di Panorama la femmina si è trasformata in oggetto di consumo quotidiano trasformando il maschio da possessore in possidente, e dunque la patologia ha perso la “simpatica” pratica di vaginofilia trasformandosi in vaginofollia. I risultati si vedono: guai se un cane al guinzaglio si ribella. Il padrone è sempre pronto a stringere la presa fino al soffocamento.
Cosa fare oggi? Ecco come prima cosa cancelliamo il termine “femminicidio”; variamone un altro più consono: chessò, liberticidio? Sì, perché ogni volta che una donna viene assassinata da un uomo questi gli toglie la libertà. Cosa non da poco.
Ma non è finita.
Il problema più urgente da affrontare è il neofonzismo. Ricorderete tutti quel simpatico ragazzotto che aggiustava moto e andava in giro con una Triumph nella felice e gaudente “Happy Days”, che rispondeva al nome di Fonzie e che collezionava ragazze con tanto di agendina in tasca? Era una icona del maschio americano: libero, indipendente e ribelle. Viveva sopra il garage dei Cunningham come a dire, sono vicino, molto vicino, alla famigliolina classica americana. Tanto vicino da rappresentare l’oggetto del desiderio (quante volte Howard – alias Tom Bosley – osservava la moglie arrossire di fronte al Marlon Brando di Milwaukee).
Ebbene lui è tornato – e non pensate subito alla fotaccia di Renzi travestito da Fonzie, lui il fiorentino che facevano lo scout brufoloso, distante mille miglia dal modello di happy Days –  nelle peggiori vesti. Quello del maschio pigliatutto, maledetto, tremendo e collezionista.
Dunque dopo la vaginofilia e la vaginofollia ecco tornare la pratica del consumo più gretto e maschile: il neofonzismo.
Giacca di pelle nera, maglietta bianca e agendina sullo smartphone. Se non ci fosse tutto quel sangue che scorre dietro potremmo anche sorridere, ma qui son cose serie.
E le donne? Su tutte alcune tizie che come buoni propositi andavano bellamente a scrivere su Twitter nei giorni scorsi: “Per il nuovo anno datela via di più”. Siamo messi bene!
Ecco Fonzie è tornato e non vive più sul garage dei Cunningham.

andrea giannasi
P.S. A tutti quelli che mi chiederanno di maschicidio – e so che saranno in molti – rispondo che qui si parla di femminicidio. Poi quando scriverò di maschicidio, parlerò di maschicidio.

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