Contadini rivoluzionari del sud. Attraverso Pino Fabiano conosciamo Rosario Migale

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dicembre 17, 2013 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

Contadini_rivoluzionari_del_Sud-prospektiva

LE LOTTE DEI CONTADINI DEL SUD
Tiziana Noce *

Non sapevo nulla di Rosario Migale prima di conoscere Pino Fabiano. Devo a lui l’incontro con un uomo che è stato partigiano, protagonista delle lotte contadine per la terra, militante comunista.
La biografia che Fabiano ricostruisce, la storia di un contadino di Cutro lungo sessant’anni di storia d’Italia, richiama un sentimento provato più volte dinanzi a tanti episodi della storia calabrese, a una sorta di rassegnata amarezza per ciò che poteva essere e invece non è stato.
Questo sentimento può talvolta esprimersi nella formula più volte ripetuta dal Settecento ad oggi che vede nella Calabria, e nel Mezzogiorno più in generale, un «paradiso abitato da diavoli», un ossimoro che si è trasformato in un destino. In questa ottica la realtà del Sud si condenserebbe nell’irresolubile contrasto fra i doni che la natura ha elargito al Mediterraneo, cioè un paesaggio ubertoso e una luce magnifica, e l’indole e i costumi delle popolazioni locali.
La narrazione della vicenda di Rosario Migale da parte di Pino Fabiano smentisce in pieno questo facile ma tenace cliché, sia perché Cutro e il riarso paesaggio cerealicolo del Marchesato sono difficilmente assimilabili a un paradiso, sia perché Rosario Migale potrà essere apparso un diavolo ai latifondisti suoi avversari o agli anticomunisti dell’epoca, ma agli occhi dei contadini assieme ai quali lottava e a quelli di osservatori esterni interessati alla modernizzazione del Sud, egli sarà apparso ben diverso. Per qualche tempo e per molti anzi, egli potrà forse essere sembrato come il Turi Carnevale di cui Ignazio Buttitta scriveva, che «ancilu era e nun avia ali, nun era santu e miraculi facìa» [1].

Il «paradiso abitato da diavoli» è oltretutto una mistificazione romantica. Romantica in quanto costruzione letteraria specchio di evocazioni esotiche, e mistificazione in quanto si inserisce in quel filone di interpretazioni del Meridione che tende a staccare questa parte d’Italia dal resto della penisola, mentre invece, e la storia di Migale lo testimonia, le vicende del Sud sono parte integrante, a pieno titolo, di quelle dell’intera Italia. Uno dei maggiori pregi del lavoro di Fabiano è proprio quello di inserire la militanza e l’azione politica delle classi subalterne del Sud non nella rabbia secolare delle plebi meridionali, non in un ribellismo popolare quasi contiguo alla criminalità, bensì nel quadro delle ideologie politiche del Novecento, nel quadro di quella pratica politica che si esplica in un sistema pluralistico e democratico, nel quadro – infine – delle possibilità di trasformazione sociale apertesi in Italia dopo la Seconda guerra mondiale. E l’amarezza che può eventualmente scaturire dalla lettura del libro non deriva dall’ennesima, stanca conferma dell’immutabile destino calabrese, bensì al contrario dall’osservazione delle scelte che gli attori hanno via via operato, sempre in contesti storici ben precisi.

A ben osservare il passato, infatti, e qualunque giudizio si voglia dare sul processo risorgimentale, resta il fatto che dal 1860 in poi i “destini” della Calabria e dei suoi abitanti si sono strettamente intrecciati a quelli del paese e a guardare indietro ora, nel 2010, forse è il caso di dire che avevano ragione coloro che non hanno mai accettato uno sguardo che, nel comparare il Sud al Nord, il “noi” agli “altri” (operazione comunque discutibile perché cela le inevitabili differenze interne), ha usato categorie come “arretratezza” e “sottosviluppo”, un refrain antico che ci parla di un Sud perennemente alla rincorsa di ricchezza, modernità, civiltà. Rimanendo a questo modo stereotipato di ragionare, che cosa si dovrebbe pensare oggi che tutta l’Italia pullula di fenomeni finora attribuiti al solo Meridione, come clientelismo, familismo, carenza di senso civico e mancanza di responsabilità nell’esercizio delle funzioni di amministrazione e di governo? Forse che il Sud ha “invaso” tutto il resto del territorio nazionale? O non è più corretto dire piuttosto che siamo di fronte agli effetti del generale sgretolamento di una cultura politica che in Italia è stata coltivata solo da settori esigui delle classi dirigenti e che nel Sud ha trovato – questo sì – interpreti ancor più minoritari? Di quella cultura politica, cioè, che postulava un patto di fiducia reciproca fra governanti e governati?

Il titolo del libro, Contadini rivoluzionari del Sud, ci rimanda proprio ad un segmento di tale questione, ovvero al rapporto fra i contadini, potremmo dire i governati per eccellenza, e i governanti in senso lato, dal dirigente locale di un partito al parlamentare, in un contesto di democrazia partecipativa quale era quello andato costruendosi nel Secondo dopoguerra.
Un noto filone di studi, che ha per oggetto le classi subalterne nei paesi un tempo assoggettati al dominio coloniale, ha mostrato come parole quali “spontaneismo”, “ribellismo”, “prepolitico” vadano usate con cautela quando si analizza il rapporto tra le classi dirigenti e quelle subalterne, e come queste ultime esprimano, molto più di quanto si è portati a pensare, strategie politiche assai precise che rispondono a criteri di razionalità e finalità. Le classi subalterne tendono infatti a contrattare, a partire da una posizione di debolezza, le condizioni migliori per la sopravvivenza. Fatte le dovute distinzioni di contesto, crediamo che anche alcuni comportamenti e costumi culturali diffusi nel nostro paese siano il frutto dell’adattamento delle classi e delle culture subalterne a determinate condizioni storiche, e che tali classi e culture siano capaci di esprimere in tali condizioni storiche soggettività politica propria, a volte conflittuale anche rispetto alle stesse élites che ne abbracciano la causa.

L’esperienza di Rosario Migale ci parla anche di questo. Il suo isolamento e la successiva rottura con il Pci, ad esempio, non testimoniano un’eccentricità, uno spirito da “capopolo” irriducibile a ogni disciplina, ma la presa d’atto che nel Partito si era esaurita la spinta innovativa che aveva teso sia a mutare i rapporti sociali sul territorio sia le condizioni dei braccianti, e descrivono il tentativo di Migale di trovare vie alternative per la realizzazione di un programma politico che il Pci crotonese non era stato in grado di interpretare e fare proprio.

Accanto alle categorie dello “spontaneismo” e del “ribellismo” attribuite alle plebi meridionali, un altro stereotipo da cui guardarsi è quello che identifica la storia calabrese con una sequela di torti perpetrati dai diversi “conquistatori” esterni ai danni di un popolo indistintamente senza difese, erede e interprete di civiltà gloriose del passato. Dal piccolo osservatorio di Cutro, così come descritto da Fabiano, si vedono infatti sfilare nei decenni agrari, sindaci, dirigenti, amministratori calabresi che operano in grande sintonia con le scelte venute “dall’alto”, “dal centro”, “da Roma”, una sintonia che ha permesso il consolidamento di molte fortune e carriere personali accomunate da un elemento che, come un filo rosso, arriva fino a oggi: la pressoché totale incapacità di questi soggetti di valorizzare le vocazioni sociali e produttive del territorio. Né d’altro canto – è sempre bene ricordarlo – sono mai mancati, in tutti i segmenti sociali, i calabresi che si sono trovati perfettamente a proprio agio in quelle che venivano definite “le tare” della propria regione.

Questi richiami alle modalità attraverso cui si è costruito il rapporto tra la Calabria e il “centro” non devono tuttavia mettere in ombra i problemi scaturiti dalle politiche operate dai diversi governi e dai partiti, anzi. Tra le tante questioni che hanno inciso sulla fisionomia del Meridione possiamo richiamare le modalità di conquista del consenso che, sin dagli albori dell’Italia repubblicana, sono passate attraverso un mandato acritico da parte delle direzioni dei partiti a soggetti locali, il cui unico requisito consisteva nell’assicurare un congruo numero di voti con scarsa o nessuna attenzione ai mezzi e ai progetti. Una delega del genere, e il suo riproporsi nelle varie fasi della storia d’Italia, è stata alla base anche del deficit di senso civico e di attenzione al bene comune, che è stato in ogni caso uno dei tratti che – pur non costituendo come abbiamo visto un’esclusiva – hanno maggiormente differenziato il Mezzogiorno dalle aree centro-settentrionali del paese. Altrettanto cruciali sono state le modalità del passaggio dall’Italia contadina a quella industrializzata, avvenuto non attraverso un attento governo dello sviluppo, ma principalmente attraverso il soddisfacimento delle istanze dell’iniziativa privata, con la conseguenza che le diverse regioni italiane vi si sono adattate acquisendo ciascuna un ruolo a seconda della sedimentazione storica delle proprie energie e delle proprie tradizioni economiche e sociali.

È così che i pur importanti interventi legati alla riforma agraria e alla Cassa per il Mezzogiorno, oltre a scontare una gestione affidata a criteri prevalentemente clientelari, non sono riusciti (è stato il caso di Cutro) a innescare processi produttivi in sintonia con i trend economici, cosicché il ruolo della Calabria è rimasto quello di serbatoio di manodopera a basso costo e quello, all’interno della modernizzazione, di mercato di prodotti di beni di consumo durevoli fabbricati altrove in modo tale che, neppure nel tumultuoso sviluppo italiano della seconda metà del Novecento, si sono annullate le diversità originarie degli antichi stati preunitari.

Ma poiché nella storia agiscono anche altre dimensioni dell’esperienza umana, i contadini (come gli altri gruppi sociali), in questo caso calabresi,  non si sono integrati nella storia d’Italia solo attraverso i meccanismi istituzionali ed economici, ma anche sotto il profilo dei valori condivisi, della tensione ideale, delle istanze ideologiche. Il Novecento, “secolo delle ideologie”, ha conosciuto il dispiegarsi all’interno dei paesi democratici di un’esperienza politica unica e inedita, ovvero la percezione da parte dei governati di poter effettivamente incidere sui processi decisionali, di coltivare e praticare valori che, pur nelle diversità di segno politico esistenti (si pensi, nel caso italiano alle differenze fra il pensiero politico liberaldemocratico, cattolico e socialista), erano diretti all’interesse comune e alla realizzazione di una società più libera e più giusta. Ciò è potuto accadere in Italia soprattutto grazie al patto costituzionale stretto tra le forze politiche uscite dalla Resistenza, un patto che sanciva un modo nuovo di essere italiani, nato dopo il fallimento dell’italianità totalitaria sconfitta sui campi di battaglia.

La scelta di Rosario Migale, dopo l’8 settembre 1943, incarna proprio questa nuova modalità di essere italiani. Come molti altri meridionali che si trovavano nell’Italia occupata dai tedeschi, anziché tornare al più presto a casa, aderisce ai Gruppi d’azione patriottica, una scelta che si è rivelata un programma politico cui è rimasto fedele fino alla morte: agire in prima persona e rischiare in proprio, pagare personalmente, per raggiungere obiettivi che, nella sua vita, si sono avvicendati senza soluzione di continuità; sconfiggere tedeschi e fascisti prima, affermare la dignità del lavoro contadino poi.

La biografia di Migale riflette anche vividamente alcune vicende e tendenze cruciali della storia dell’Italia repubblicana, tra cui la feroce repressione dei movimenti contadini – analoga peraltro alla mano di ferro imposta agli operai in altre zone del paese – attraverso il dispiegamento di tutto l’apparato intimidatorio ereditato dall’epoca fascista, l’abile strategia fanfaniana volta a consolidare il consenso alla Democrazia cristiana oppure la volontà del Pci di neutralizzare le esperienze politiche che si ponevano fuori dal solco stabilito dalle federazioni o dalla Direzione nazionale. Pure emblematico appare il sodalizio fra due “eretici” del Partito comunista confluiti nel Partito comunista d’Italia marxista-leninista, cioè l’avvocato fiorentino ed ex partigiano Angiolo Gracci e il contadino cutrese Rosario Migale, che ben testimonia la prospettiva nazionale coltivata da tutti i gruppi e i partiti politici nell’Italia di allora, dai più grandi ai più piccoli. Il libro illustra anzi un momento in cui il Meridione e i meridionali avevano riconosciuto ed esperivano una soggettività politica ampia, cosicché non era un fatto strano che Rosario Migale finisse poi col tenere una conferenza agli studenti presso la Facoltà di Architettura dell’Università di Firenze. Più in generale quella fu una stagione in cui il Sud rappresentò agli occhi di molti intellettuali un laboratorio sociale emblematico dei nodi irrisolti dello sviluppo italiano e punto di partenza per la loro risoluzione. A Cutro non mancarono neppure giovani rivoluzionari che vi si stabilirono per apprendere l’esistenza delle “masse oppresse” nella prospettiva di poterle liberare, coltivando così una visione che oltre ad essere velleitaria partiva ancora una volta da un’idea esotica e romantica di Sud.

Di ben altro spessore, e significativa invece dell’alto valore del rapporto tra intellettuali e Meridione di quegli anni, è l’amicizia tra Migale e Pier Paolo Pasolini. I due si erano conosciuti nell’estate del 1959 nel corso di un viaggio-inchiesta di Pasolini da Ventimiglia a Trieste nell’Italia in trasformazione.

La descrizione pasoliniana di Cutro, per quanto di grande bellezza letteraria, aveva suscitato scandalo tra le élites cutresi e crotonesi – ad un certo punto vi si legge: «È, veramente, il paese dei banditi, come si vede in certi western» – tanto da spingere l’allora sindaco democristiano di Cutro a denunciare Pasolini e il direttore della rivista cui era destinato il reportage per «diffamazione a mezzo stampa». La polemica giunse anche nel Consiglio comunale di Cutro dove è interessante confrontare i punti di vista del sindaco Mancuso e di Rosario Migale, allora consigliere di minoranza:

«La reputazione, l’onore, il decoro, la dignità delle laboriose popolazioni di Cutro sono stati evidentemente e gravemente calpestati […] le dune gialle, altro termine africano usato da Pasolini, sono punteggiate da centinaia e centinaia di case linde, policrome, gaie, dell’Ente riforma dove la laboriosa gente del Sud, della Calabria, di Cutro, fedele al biblico imperativo, guadagna il pane col sudore della propria fronte, e non scrivendo articoli diffamatori contro i propri fratelli, contro gli italiani» [2].
«Il sindaco Mancuso convocò il consiglio comunale d’urgenza per esporre querela contro Pasolini che aveva offeso la cittadinanza di Cutro. Io, nel mio intervento, ho detto: “Voi vorreste far credere al popolo di Cutro che siete i difensori dei contadini. Ma quando siamo andati ad occupare le terre, da quale parte eravate voi, dalla parte dei contadini o dalla parte dei feudatari?”» [3].

Lascio al lettore il passo di Pasolini e la replica dello scrittore alle accuse, anticipo solo che egli aveva definito “atroce lavoro” quello dei contadini di Cutro. Qui mi interessa sottolineare l’irriducibilità di due punti di vista, pur entrambi interni al mondo calabrese, punti di vista che ci indicano la posta in gioco nella politica di quei decenni, riassumibile nel quesito: dato che non era possibile sottrarsi ai cambiamenti in atto, che indirizzo si doveva dare a quei cambiamenti? L’opzione espressa da Mancuso rappresenta il progetto di un ceto politico formatosi prevalentemente negli anni del fascismo (la descrizione pasoliniana brucia particolarmente perché userebbe – secondo Mancuso – termini “africani”), che ha sostituito i vecchi notabili, ma non intende spezzare il legame paternalistico tra i contadini («la laboriosa gente del Sud […] fedele al biblico imperativo») e i gestori del potere politico e della cosa pubblica. La difesa che Migale fa di Pasolini intende al contrario rigettare proprio quel paternalismo: le azioni dei contadini esprimevano diritti, in quel caso il diritto al lavoro, e le condizioni dei contadini di Cutro che, secondo Migale, Pasolini aveva semplicemente descritto, erano dovute alle scelte operate dal governo, dagli agrari locali e dalla federazione crotonese del Pci a seguito delle occupazioni delle terre. Il paternalismo e la cultura della dipendenza da un lato e l’autonomia e la cultura dei diritti dall’altro sono tendenze che si sono affrontate a lungo in Calabria, tagliando trasversalmente l’intera compagine regionale. Le diverse fasi storiche hanno favorito l’una o l’altra, ma la prima è risultata senz’altro più pervasiva.

Credo che per i calabresi leggere le vicende della propria regione dentro un quadro storico che restituisca intenzionalità politica ai soggetti locali sia un passo decisivo per immaginare un futuro. Gli assertori di una Calabria vittima di eventi fatali inevitabili e i cantori del mitico passato sia esso enotrio, magnogreco o altro, assecondano piuttosto un’identità subalterna, permeabile alla colonizzazione culturale e refrattaria al senso di responsabilità individuale. Credo ci sia bisogno di fare i conti con le diverse realtà del presente e del passato. In questo senso il libro di Pino Fabiano rappresenta un’operazione culturale importante, quella di farci riflettere fuori dagli schemi della retorica e dentro alle drammatiche vicissitudini della storia.

 * docente di Storia contemporanea presso l’Università della Calabria

Note:

[1] Ignazio Buttitta, La morte di Turiddu Carnivali. Lamento siciliano cantato dal cantastorie Cicciu Busacca, Traduzione e Introduzione di Franco Grasso, Arti Grafiche Raccuglia, Palermo, 1956.

[2] Cfr. Pino Fabiano, Contadini rivoluzionari del Sud. La figura di Rosario Migale nella storia dell’antagonismo politico, Città del sole, Reggio Calabria, 2010, p. 205.

[3] Cfr. Ivi, p. 206.

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