Tra nodi vinciani e croci di Sant’Andrea i misteri di Caterina Sforza

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novembre 19, 2013 di Prospektiva resistenze narrative

ermellino

“…Il ritratto è dedicato più a chi non c’è che a chi vi appare. Se volete, è il sofisticato gioco di un cortigiano, un indovinello. Ma se vi ponete qualche domanda in più, come ci insegna Leonardo nei suoi giochi, troverete la soluzione del mistero…”
(“La tigre e l’ermellino”, pag.196)

“La tigre  e l’ermellino” di Laura Malinverni (Prospettiva editrice),  ambientato fra Quattro e Cinquecento tra il Ducato di Milano, le Romagne e Firenze, non è solo un romanzo storico e in ogni caso narra ben più di una storia.
Soprattutto offre varie chiavi di lettura: la pista storica è soltanto la più ovvia, e rimanda uno spaccato della ricca, splendida e sfrenata corte sforzesca, in cui Ludovico il Moro ospita i migliori artisti e scienziati del tempo e sua nipote Caterina Sforza, andata sposa al nipote del Papa e divenuta signora di Imola e Forlì, ritorna in visita dopo dieci anni di lontananza. Ma leggendo il libro di Laura Malinverni ci si può far  sedurre dalla traccia artistica, rivivendo la genesi di capolavori leonardeschi come la Dama con l’ermellino, la Vergine delle Rocce, Monna Lisa, ed osservando i simboli che in essi si ripropongono. O avventurarsi nel mistero di un segreto e di un’identità rimossa, quella di Galeazzo Maria Sforza, quinto Duca di Milano e padre di Caterina, ucciso dieci anni prima in una congiura i cui mandanti non sono mai stati svelati. O ancora assaporare le sfumature del romanzo di genere, visto che sullo sfondo affollato di grandi personaggi “storici”, come Ludovico il Moro, Cesare Borgia, il Re di Francia, l’Imperatore, si stagliano nitidamente solo figure di donne, forti, orgogliose, intelligenti, in grado di uscire dal ruolo di comprimarie in cui i tempi le costringerebbero per fare invece la storia, quella scritta e quella non scritta: da Caterina Sforza a Bianca Maria, a Isabella d’Aragona, a Bona di Savoia, a Lucia Marliani. O infine scoprire un Leonardo da Vinci quotidiano, tra arte e genio, passioni e doveri, speranze e delusioni, certamente più credibile e probabilmente più vero rispetto alla sua recente immagine stereotipata.

Il romanzo è basato su fatti e personaggi reali, ispirato da corrispondenze originali, ma spinge ad andare un po’ più in là dell’apparenza. E’ chiaro che quando si parla di storia nella fiction, lo spazio del non detto, del non scritto, del non registrato dalle fonti ufficiali può essere dilatato a dismisura. “La tigre e l’ermellino”, tuttavia, si colloca in un luogo ben definito, tra verità e verosimiglianza, laddove coincidenze e indizi incrociano la versione storica tramandata, per confermarla o per negarla.
La corte sforzesca alla fine del Quattrocento è veramente un mitico Parnaso, come la definiscono i poeti per adulare Ludovico il Moro? Perché, se al duca fatto assassinare dieci anni prima, Galeazzo Maria, sono attribuiti vizi e peccati di ogni tipo, al punto che nessuno ne pronuncia più il nome, a corte vivono e prosperano i suoi figli, la sua vedova, sua nuora? I sentimenti che li animano sono solo l’ipocrisia e la convenienza? Oppure a Milano regna la paura?

Le domande che sorgono spontanee sono molte, altrettanti i misteri, e forse proprio ponendosi dei quesiti si riesce a districare l’aggrovigliata matassa dei dubbi, a dare un senso a quello che può essere accaduto. E che non necessariamente è stato narrato dalla storia ufficiale.
Perché di Caterina Sforza, uno dei personaggi femminili più in vista del Rinascimento, che chiama zio il Papa e che è sicuramente più conosciuta e temuta di altre donne dell’epoca oggi di moda, come ad esempio Lucrezia Borgia, non ci sono giunti ritratti eseguiti mentre era in vita?
Perché il particolare delle “belle mani”, caratteristica di suo padre Galeazzo Maria, messa in luce in un suo celebre ritratto del Pollaiolo, ricorre nei ritratti femminili leonardeschi della Dama con l’ermellino e di Monna Lisa, nonché della Dama dei gelsomini di Lorenzo di Credi?
Studi tedeschi hanno dimostrato concordanze fisiognomiche sorprendenti fra la Dama dei gelsomini e Monna Lisa.

E come mai tutte queste donne sono state ritratte senza gioielli, a parte le pietre nere, probabilmente agate, simbolo di penitenza, dipinte al collo della Dama con l’ermellino?
E’ testimoniato che Caterina Sforza, quando torna a Milano nel 1487, è mossa soprattutto dalla necessità di chiedere un aiuto finanziario allo zio, reggente del ducato,  per il suo piccolo Stato che sta attraversando un periodo di crisi economica peggiorato da una carestia, e che lei ha impegnato ad un banco genovese tutti i meravigliosi gioielli che costituiscono la sua dote. Ma anche in seguito, la signora di Imola e Forlì si troverà spesso in ristrettezze economiche, e più che a sfoggiare ori e gemme dovrà pensare a difendere le sue terre.

Davvero Caterina Sforza e Leonardo da Vinci, pur presenti negli stessi momenti negli stessi luoghi, legati da comuni interessi e da un simile spirito anticonvenzionale, non si sono mai incontrati?

Secondo la storia ufficiale è così. Eppure sono entrambi a Firenze nei primissimi anni del Cinquecento, ed entrambi gravitano attorno al convento della Santissima Annunziata, dove Leonardo, nella foresteria laica, sta iniziando il ritratto di Monna Lisa e Caterina, che ha caro quel luogo fin da bambina, viene per le sue devozioni: il confessore di Caterina, il plebano Francesco Fortunati, dipende dai padri serviti dello stesso convento.
Ma anche diversi anni prima, nel fatidico 1487, anno d’inizio del romanzo, quando Caterina arriva da Forlì a Milano, lei e Leonardo sono per molti giorni insieme alla corte sforzesca, sotto lo stesso tetto. Un indizio fondamentale per accreditare l’avvenuto incontro fra i due in questa circostanza, è dato dal foglio leonardesco pervenutoci e denominato Tema RL 12283r, simile ad altri dei Manoscritti A e B dell’Istituto di Francia, databile al 1488 circa. Sul foglio, tra schizzi ed appunti, compare la ricetta “A fare capelli di tanè”, cioè come scurire i capelli con il mallo delle noci. E’ evidente che Leonardo si sia annotato una ricetta riferita da altri: ed è stupefacente l’analogia, per stile ed ingredienti, con gli “Experimenti” che Caterina Sforza va creando e raccogliendo e che avrebbero poi costituito il suo famoso Ricettario. Dicono gli appunti di Leonardo: “A fare capelli di tanè, tolli noce e fa bollire in lasciva e con essa lasciva bagnia il pettine e poi pettina e asciuga al sole…”. Si legge nei famosi “Experimenti” di Caterina Sforza: “A fare la barba capelli et peli et la carne humana negra benissimo: piglia scorze de noce fresche galla impalpabile meloni salvatichi et pista inseme et lassa star un di o doi cusi poi metti alanbicco et stilla et con quella acqua bagnia dove voli che fara negro benissimo”. Si può ipotizzare, da uno stemma sforzesco pervenutoci, con due vipere sulla croce di Sant’Andrea, databile proprio al 1488-1490, che Leonardo possa avere ideato l’emblema su suggerimento di Caterina Sforza, in seguito ai loro incontri a Milano.

Perché nei ritratti e negli affreschi realizzati dagli artisti dell’epoca in cui si svolge il romanzo si ripetono simboli che parlano di ricordi, di segreti, di richieste di perdono?
Nella matassa di domande e misteri de “La tigre e l’ermellino” c’è un filo da cercare e seguire: è un filo di complicità che lega le donne che sono state care al duca Galeazzo Maria Sforza, prima fra tutte Caterina, la cui personalità si erge con la forza di una tigre (la Tigre del titolo, appunto) su tutte le altre. Proprio queste donne cercheranno, strette in una sorta di patto segreto con i nobili a loro vicini, di circondare Ludovico il Moro di costruzioni e immagini allusive al duca scomparso e al vero mandante di un delitto impunito. Accanto alle chiese e ai palazzi fatti costruire dall’apparato del Moro, che mira a celebrare se stesso e a condannare all’oblio la figura del fratello, a Milano e altrove, sorgeranno altre chiese, altri palazzi, i cui affreschi celeranno simboli che indicheranno ai posteri il duca assassinato e la congiura mai veramente svelata.

I nodi vinciani e le croci di Sant’Andrea che ornano le vesti di Bianca Maria e di Caterina, sono affrescati in una chiesa di Melzo, ritornano nelle pose plastiche dei personaggi dipinti in una cappella in San Pietro in Gessate a Milano, in vari affreschi di chiese a Forlì, in una scena biblica alle pareti della Cappella Sistina a Roma: tutte opere realizzate negli stessi anni, quelli in cui vengono poste, a Milano, per volontà di un prelato vicino alla corte ma anche al Papa che Caterina chiama zio, le fondamenta di una chiesa a pianta basilicale di dimensioni enormi, Santa Maria della Passione, superiore per proporzioni e ambizioni architettoniche alla chiesa deputata alla sepoltura di Ludovico il Moro e della sua famiglia, la famosa e “storica” Santa Maria delle Grazie.

Per saperne di più: http://lauramalinverni.net

Laura Malinverni è nata a Milano, ma vive da tempo a Novara. Scrive racconti e poesie dall’adolescenza, coniugando all’interesse letterario quello per la ricerca storica. Appassionata del Rinascimento e del suo mondo femminile in particolare, trae ispirazione per le sue storie dalle corrispondenze originali dei protagonisti: le sue indagini l’hanno anche portata a scoprire particolari inediti nella vita dei suoi personaggi. Oltre a collaborare a siti storici e artistici online, è autrice di un altro romanzo ambientato nel Quattrocento, “Il ramo di biancospino” (2006).

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