“Non si può condannare chi la pensa in modo diverso”: Giorgio La Pira e la Resistenza

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novembre 14, 2013 di Prospektiva: laboratorio letterario tra festival e premi, tra inviti alla lettura e sentieri narrativi.

giorgio-la-pira-prospektivaUn discorso? I discorsi sono aboliti. Tempo deprecabile quello dei discorsi. Ricordate? Arriva una cartolina che diceva: lei è precettato in piazza, all’ora tale, del giorno tale: ad ascoltare un tizio qualunque, ad ogni piè sospinto. E la gente diceva: sempre discorsi. Ma il periodo dei discorsi è finito. La resistenza è un’altra cosa. Non si tratta di discorsi. La Resistenza è il documento dei tempi nostri che riverbera la sua luce spettacolare sul mondo. La massima parte di quanti sono qui non era nata in quei tempi. Ma pensate tuttavia cosa significa poter pensare, poter scegliere, avere coscienza umana, il poter dire che la propria coscienza, si è formata in un pensiero, in un’idea, sempre valida, se germogliata nella sincerità della nostra anima. Può darsi che sia un’idea, un pensiero sbagliato: ma questa è un’altra cosa. Se nel nostro cuore, con sincerità di anima, è germogliata un’idea perché questa idea deve essere un crimine? Eppure, allora, era un crimine. Questo era il dramma. Io mi esamino, sento sinceramente, nel fondo della mia anima questa idea che è germogliata attraverso la fatica, il dramma del pensiero e della fede. È germogliata come un fiore, essa costituisce la caratteristica della mia personalità: perché deve essere un crimine? Proprio questo fu il dramma. Fu abolito il pensiero, fu abolita la scelta.
Arrivava una circolare di Bottai e diceva: d’ora innanzi gli italiani sono razzisti. Da quel momento cominciavano le persecuzioni razziali. Potevano nascere in ogni epoca, in ogni momento teorie razziali, anche sbagliate: altra cosa era imporle. Invece, le imponevano. Un professore era obbligato a professare pubblicamente, dinnanzi i suoi allievi una teoria come fosse cosa assoluta. Se non la professava apertamente facendone partecipe i suoi studenti, lo chiamava il questore che gli rimproverava di avere il giorno prima contraddetto la teoria razziale.
“Lei ha avuto il coraggio di parlare bene degli ebrei! Lei è un criminale! Merita di essere condannato alla prigione”.
“Lei signore – continuava il questore – ha avuto il coraggio di andare l’altra sera in casa di un notorio ebreo… anatema!”
Queste cose sono realmente avvenute. Questo era il dramma. Che importava se il notorio ebreo era un galantuomo, una persona per bene, un padre di famiglia, che avesse un bambino o la moglie ammalata, che tizio lo visitasse perché medico o perché vecchio amico.
“Si vergogni! Lei è contro il fascismo, contro il duce: sarà condannato, messo al confino”. E si riuniva una commissione di cinque, sei comandanti, di cinque o sei gerarchi tutti vestiti in orbace, con nappe e aquile (se non fosse stato da piangere, ci sarebbe stato veramente da ridere!), entrava il colpevole, nessuno lo guardava, nessuno lo salutava: era al centro del generale disprezzo.
“Voi siete amico degli ebrei”, dicevano. Perché anche il “lei” era antifascista ed era abolito dall’uso comune, come il togliersi il cappello, lo stringersi la mano.
Mi ricordo che un giorno, in piazza, uno studente mi salutò ed io per rispondergli mi levai il cappello: si può dire che tenevo il cappello proprio per rispondere al saluto. Non lo avessi mai fatto. Mi si avvicinarono due poliziotti e mi redarguirono: “voi avete avuto il coraggio di salutare togliendovi il cappello!”.
Oggi ricordare quel periodo fa ridere: ma non faceva ridere quella commissione di cui vi dicevo prima e che stava riunita quattro, sei ore in camera di consiglio per giudicare quel tizio che aveva fatto visita ad un ebreo. Allora in Italia, almeno apertamente non ci erano comunisti; ma se un disgraziato avesse fatto visita a un comunista la fucilazione nella schiena o trent’anni di lavori forzati non glie li levava nessuno. Questo è il dramma che abbiamo vissuto attraverso la Resistenza che era rivolta contro gli oppressori della coscienza. Non avevamo nulla, ma trovammo nel nostro cuore la forza di ribellarci: avevamo una coscienza che è un valore inalienabile. Questo sentimento, specie negli ultimi anni, si è maturato, accresciuto, ingrandito: la coscienza umana si è ribellata all’idea di essere considerati traditori della patria solo perché si amavano gli ebrei.
Oh, il pensiero di tutte quelle creature bruciate vive: di quei bambini di quattro, cinque, dieci anni – ragazzi che avevano la vostra età di allora – immessi nelle stanze a gas alle quali erano giunti accatastati in carri bestiame, tenuti senza cibo, e portati a morire! È un crimine nefando che grida l’orrore dinanzi a Dio per tutta l’eternità. Le lacrime di quelle creature innocenti sono le stesse di Dio.
La Resistenza fu sostanzialmente la rivolta legittima i delitti contro la coscienza umana che nessuno ha il diritto di opprimere. Si ribellarono tutti quelli che poterono e la Resistenza resta per tutti i secoli, a documento nel mondo l’affermazione dei valori umani che sono infrangibili. Perché ognuno di voi è un valore infinito. Si può al massimo discutere, dare un “nocchino” come fa il babbo al ragazzo ribelle: un “nocchino” ravviva la situazione, ma non si può andare al di là questo. Invece “loro” ti chiamavano e non potevi discutere.
Eppure non si può condannare chi la pensa in modo diverso, anche se la dottrina che l’altro professa la considerate sbagliata, perché l’idea non è titolo di reato, ma è, invece, documento della tua e della mia personalità, della tua e della mia forza. Ogni avversario ha una sua forza ed è intoccabile comunque, dal punto di vista della persona umana.
Per ristabilire questi valori nacque la Resistenza, per la quale tante creature sono morte.
Si stabilì nella Resistenza la fraterna solidarietà fra tutti: non è retorica, ma è cosa vera. La coscienza umana non può essere coartata perché si ribella, e quando la coscienza coartata si ribella, si manifesta nei rivoltosi la fraternità. La coscienza è sacra e non può l’uomo, chiunque esso sia, mettere la mano sulla coscienza altrui. Non c’è nessuno che possa dirti: pensa così. Perché tu, io, voi, pensiamo come vogliamo. È una cosa, questa, che bisogna ricordare sempre.
La Resistenza è stata la cosa più grande della storia d’Italia.
Per essa tante creature sono morte: creature, miti, anime elette come Anna Maria Enriquez e Tina Lorenzoni e tante altre il cui sacrificio è documento di una giovinezza che ha creduto nei valori infiniti, intoccabili dell’uomo. La nostra speranza è che i giovani d’oggi, la generazione di domani, la futura classe dirigente, comprendano sempre più che di questo ideale sono i portatori e che per esso devono essere capaci di morire. La riunione di oggi è documento di solidarietà, che il tempo non infrange la forza della resistenza, che è stata cementata dagli ideali della giovinezza.
La Resistenza fu la rivolta legittima contro la coscienza umana coartata e il suo valore rimane immutabile, nel tempo.

giorgio la pira

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